Ho visto una signora incinta scavalcare borsoni e giovani immigrati alimentata da un gran sorriso, ho visto una ragazzina appoggiare il posteriore dei suoi jeans da 300 euro sulla moquette lercia e umidiccia, ho visto il calzino bucato di uno studente di ingegneria che portava a casa un 27 e la fidanzatina, ho visto un giovane manager cedere al sonno dei giusti con tale abbandono che per poco non vedevo il suo completo grigio trasformarsi pietoso in un pigiamino felpato coi coniglietti. Ho visto, riflessa nel finestrino, l’intera presentazione della nuova campagna commerciale di un detersivo, ho visto un kinder brioss diviso fra un bancario in trasferta e un vecchio con una valigia di cartone, che hanno poi intavolato una conversazione sulle ferrovie e sul senso della vita. Ho visto il cumulo di bucce di mandarino nello zainetto di un avvocato, ho visto un uomo ed una donna scambiarsi sguardi molto silenziosi ed il telefonino di una suora prontamente tacitato da una mano screpolata cinta dal rosario.
Ho visto tutto questo fra Lambrate e Rogoredo, tornando a casa, una sera che nevicava e si era ormai sotto Natale.


C’è in questo pensiero la gratitudine per ogni storia ben raccontata che mi ha avvinto e mi avvincerà ed il rammarico per quelle storie che se ne prendono il largo non narrate, come acqua in cui nessuno ha immerso le mani o ha lasciato giocare gli alluci.
D’ora in poi, nelle note del Nabucco riecheggerà per me l’emozione di una mano invisibile sulla spalla (non meno intensa perché invisibile, proprio come il canto non perde nulla della sua forza solo perché è difficile intendere le parole), una mano invisibile e cara che mi guida verso una sciarpa rossa e il sorriso che la indossa, una mano che in questa stretta, e in questo incontro, mi racconta che l’amore ha mille forme e tutte possono abitare lo stesso palazzo e la stessa barba bianca. E ancora mi racconta che la gioia ed il dolore non sono due facce di una medaglia, che se ne vedi una l’altra scompare, ma come queste voci, che si intrecciano in un coro di tenori e di soprani e riempiono questo teatro e queste orecchie aperte nel buio, anche la gioia ed il dolore, la tenerezza e la malinconia, la mancanza e la presenza, possono cantare insieme la loro sinfonia e vivere con noi, per sempre.
Come se gli anni a venire fossero poi un passo dopo l’altro dietro la traiettoria della pallina. E come se ogni tanto, in un giorno come potrebbe essere oggi, ci si ritrovasse con la sacca infangata e la fronte sudata, a fare il conto dell’handicap e delle buche, sapendo però che quello che davvero conta altro non è che questa straordinaria camminata nel verde, e il battito del cuore ogni volta che prepari il colpo, e questi esseri umani che trattengono il fiato per te e il tuo swing è il loro swing.
Non avevo mai realizzato che, in proporzione alla durata delle rispettive vite, le montagne si muovono ben più velocemente degli esseri umani. 
Stef Penney, La tenerezza dei lupi
Daniel Pennac, Diario di scuola
Andrea Vitali, Almeno il cappello
Quando le parole non vogliono saperne di stare
"E' proprio come pensavo: indatto all'obbedienza e nessuna propensione al comando" (D.Pennac)
Ci sono persone che intendono il Tempo come elemento allo stato solido. Ordinano unità predefinite di tempo come zollette in un piattino. Cercano la configurazione ottimale: spostano i pezzi, li girano. Se proprio un pezzo non ci sta lo buttano, se proprio rimane un buco respirano.