martedì 10 novembre 2020

Fanno lunghi giri

 Fanno lunghi giri, a volte, i tesori. Restano sepolti sotto la sabbia, nei loro forzieri arrugginiti. Covati dal sole e dalle intemperie. Lambiti dalle onde. Vengono trafugati, camuffati, imbarcati nelle stive di certe grandi navi. Rovesciati dalle tempeste. Spettinati, divisi, contesi. Percorrono scale e soffitte,  nascosti nei bauli ignari, dirottati dalle coincidenze, dimenticati. Impolverati. 

Ed è incredibile quanto brillano, quando arriva il giorno in cui, inequivocabilmente, arrivano a casa. 


domenica 16 agosto 2020

Cento di questi giorni

 Qualche volta si avvera.

E come tutti gli auguri avverati porta in sé anche i segni della fatica.

Ma io ti auguro soprattutto, che porti i segni della terra dissodata e abbia il sapore dei pomodori appena raccolti, caldi di sole. Delle vesciche nelle mani, delle corse nella notte e di certi risvegli meravigliati, affacciati sul bosco e sulle tue ortensie prodogiose. 

Ti auguro che abbia quella crosta croccante delle patate fritte a regola d'arte, rovesciate in un grande vassoio a far felice una grande tavolata.

Ti auguro che il solco fondo di quel bacio sulla tempia che non c'è più, sia il torrente sempre in piena del vostro tenervi per mano. Con gli stivali alti, con la canna in mano.

E quella risata cristallina, come un eco che si allontana e poi riprende forza e torna ad essere cielo infuocato di tramonto e di promesse, sempre, ancora, nonostante. Domani. 

venerdì 24 luglio 2020

Allora forse per davvero non c'è un confine

Leonardo si riscosse. La creta sarebbe rimasta morbida e lavorabile per mezz'ora ancora, al massimo. Bisognava fare presto. Ecco, qui. Tocca qui, e poi là. Vedi, torna. Si vede, e si sente. 
Dov'è il confine fra me e te, cavallo? Qui, dove la mia mano ti tocca? Ma questo è il confine del tatto. Se premo, cambia. E come faccio a distinguere te, cavallo, da un mucchio di creta nuovo col tatto e basta?
Se mi allontano non ti tocco ma sento il tuo odore. Odore di buoni, di creta e d'acqua, di terra e fresco. E se qualcuno ti tocca, ti dà un colpo sento il rumore. Fin quando mi allontano e non lo sento più. Forse è lì il confine fra me e te, cavallo? Ma se apro gli occhi ecco che ti vedo. E se mi allontano continuo a vederti, e mi rimani negli occhi finchè non scompari all'orizzonte. Allora è all'orizzonte, il confine fra me e te, cavallo?

Leonardo si guardò intorno, e gettò un occhio alla candela di cera che ardeva in un angolo, consumata di due pollici buoni da quando aveva iniziato (...). Cinque giorni ancora, per consegnare quell'opera. Mancava la coda, c'era tempo. E c'era creata, che sarebbe diventata coda, plasmata dalle mani mie, di Leonardo figlio di ser Piero, che da Vinci sono venuto a Milano, e a Milano chissà quanto resterò. Magari resteremo qui insieme tutta la vita, bel cavallo mio. Ti vedrò tutti i giorni. 
E se non ti vedrò, perchè andrò via, pazienza. Sei così ben fatto che magari potrei incontrare un viandante che mi parla di te. Che ti descrive, che mi dice della tue curve, e magari mi mostra un tuo disegno. Non è come vederti, ma va oltre. Posso fingerti nella mente, come sei, o più bello ancora. E così saresti il  mio cavallo davvero. 

Allora forse per davvero non c'è un confine fra me e te, cavallo. 


(Marco Malvaldi, La misura dell'uomo)

venerdì 29 maggio 2020

23 maggio 2020

L'ho capito solo stasera, come mi sono sentita in questi mesi. L'ho capito mentre affrettavo il passo nel vialetto, sotto i nuvoloni che oscuravano il cielo, sotto la luce irreale che sempre annuncia il temporale. 
Mi sono sentita così, in questi mesi. Come quando arrivava il temporale, nella casa in collina delle mie estati da bambina. 
Lo guardavamo arrivare, il nonno ed io, affacciati sulla pianura che si stendeva senza limiti davanti ai nostri occhi, fino a sfumare all'orizzonte. Quella vista che tutti ammiravano, arrivando a casa nostra. 
L'aria si raffreddava, a strappi. Il cielo si gonfiava e si scuriva. La luce diventava radente, sembrava cambiare la sostanza delle cose.  Dentro la casa venivano chiusi i vetri, le persiane. Lui rimaneva sotto il portico, a guardare il temporale, e io con lui.
I primi goccioloni cadevano sul bordo esterno del portico, le sedie e il tavolo rotondo ancora al sicuro.   
Si alzava il vento e la pioggia rinforzava, le gocce colpivano le sedie più esterne. Allora lo aiutavo a trascinarle più vicine a casa.
Restavamo seduti, con gli schienali vicini al muro. Guardavo le gocce che colpivano il pavimento sempre più vicino a casa. A volte ci lambivano i piedi. Lui mi metteva una mano sulla spalla, fermissima. Tuonava.
Gli elementi e la loro furia. Io, attraversata dal fascino e dallo sgomento. Particella infinitesima di un universo immenso. Intensamente, inspiegabilmente, viva. Provvisoria e insieme eterna.

L'ho capito solo questa sera perché mi ha commosso tanto che qualcuno mi abbia fatto trovare questa foto, nel posto dove andavo a consegnare la spesa, coi guanti e la mascherina. 

domenica 12 aprile 2020

Più Pasqua di così

Niente sarà più come prima.

Rimbalza un po' dappertutto, questa frase. 

Appunto, rimbalza.
E se invece di rimbalzarla via, di toccarla con la punta delle dita come un alzatore la palla per rispedirla semplicemente nell'aria, verso altre orecchie ugualmente elastiche, provassimo ad afferrarla e tenerla stretta un attimo? 
Se le lasciassimo il tempo e l'agio di superare il padiglione uditivo e accomodarsi fra le sinapsi? Se le offrissimo magari anche un caffè? Se provassimo perfino a guardarla negli occhi? 

Fa paura. 

Ma solo se.

Solo se pensiamo che niente sarà più come prima tranne noi.

Se ci ripariamo da tutto questo sotto un telo impermeabile, raggomitolati a fare e disfare nella mente il presagio fosco di come sarà. 
Se ci pensiamo fuori e altro. 

Non sarà, saremo.
Come non lo sappiamo.

Sappiamo però che se abbiamo imparato ad abbracciarci da questa distanza saremo vicini sempre, come lo siamo sempre stati.
Sappiamo che se abbiamo continuato a cercare il respiro lungo del cielo, allora continueremo ancora e ancora e lui sempre ci risponderà.

E se tutto cambierà, quello che adesso dovremmo fare è lasciarci cambiare. Restando noi.
Come la pasta della mia pizza, che al coperto sta lievitando piano.

Allora io dico che questo è tempo di scoprire, più che di decidere. 
Di dare aria alle radici, più che forma ai rami.

Più Pasqua di così....   

martedì 24 marzo 2020

In questi giorni alla rovescia


Quante parole, in questi giorni alla rovescia.

Quanto cinema, quanta polemica. Quanto bisogno di occupare questo globale, onnipresente palcoscenico digitale. 
Quante ricette, quanti elenchi puntati. Quanto bisogno di frequentare questi luoghi comuni, ora che al bar non andiamo più.  
Quante analisi, quante previsioni. Quanto bisogno di sentirci fra quelli che saprebbero tenere in mano il volante, se solo non fossimo rinchiusi qua.

Prishilla invece, stranamente, ha voglia di silenzio. 
Di quel silenzio in cui salutarsi con la mano dal balcone commuove e scalda il cuore.
Di quel silenzio in cui riuscire a sentire quell'unica voce che scende da questo cielo -  che non è mai stato così blu - sarebbe forse possibile.

“Non siamo noi che abbiamo fatto il cielo” ha scritto una poetessa sapiente e delicata*. Ecco, vorrei  questo silenzio per ascoltare davvero queste parole e la loro eco…

…eco che rimbalza nel sollievo che provo al sentire certe voci care, un video, un messaggio, una foto, quello che dicono e quello che non dicono

… che rimbalza ancora nella gratitudine per questo coraggio grande che morde ogni giorno, quello di chi cura e quello di chi aspetta e quello di chi soffre, quello di chi pensa a far bene il suo lavoro, quello di chi pensa a dare una mano

…eco che ancora rimbalza in uno sgomento fondo e poi rifulge in una lama di luce che è speranza sottile e intrepida

… e poi riecheggia, ritorna, vola e risuona in questo universo immenso e piccolissimo

Vorrei questo silenzio, per sentire davvero la consistenza di questo filo che ci attraversa. Tenerlo in  mano. Non scordarlo più.

(*Mariangela Gualtieri, 9 marzo 2020)

lunedì 9 marzo 2020

Un cestino di frittelle

-Bella bambinaaa?? Bella bambina dove sei?? -
-Bu!-
-Aiut! -
-Ahaaahh, ti ho spaventato eh, lupacchiotto?-
-Lupacchiotto a me?! Ma dove accidenti sei? Con quella mantella rossa di solito ti vedo appena metti il piede fuori dalla porta e adesso...adesso sento questa vocetta trallallà trallallà dei miei stivali e sento questo profumino di frittelle e non riesco a vederti...-
-Ahaahh vuoi vedere che siamo pronti per la cataratta?!-
-Cataratta a me?? Benedetta Bambina...-
-Ma non ero Bella? -
-Appunto eri, ormai anche tu hai un'età che ... Ma non mi far girare i cosidetti, si può sapere dove cavolo sei?!-
-Sono a casa mia-
-Massi, mi credi fesso? E io questa vocetta trallallà dei miei stivali e questo profumino di frittelle com'è che li  sento forti e chiari qui in mezzo al bosco?-
-A parte che la vocetta trallallà la dirai poi alla bella lavanderina, e comunque, Lupo, non lo sai che di questi tempi non c'è bisogno di uscir di casa per portare in giro la dolcezza e l'allegria? E non ti credere sai, non è mica questione di smart life e di digital society...-
-Chee?-
-Lascia fare, tanto non è quello. È che per portare la dolcezza e l'allegria mica c'è sempre bisogno di infilarsi nel bosco... non senti? Eccole qua... -
- Già...
 (Mannaggia, ha ragione ...Tocca farmi la solita tisana al tarassaco...-  )

giovedì 30 gennaio 2020

Pelle Sottile

Che pelle sottile quando l'alba ti commuove. Il sole grande dell'inverno sull'autostrada del mattino, l'auto piena di pianoforte e tutta quelle ruote che rotolano, e quelle vite.

sabato 28 dicembre 2019

Caro Babbo Natale, grazie

Caro Babbo Natale, grazie.

Quest'anno mi hai portato:
- un Fiat ritrovato in fondo alla borsa quando ne avevo bisogno che è come la sua voce che mi dice "ce la fai"
-  amiche: con in mano il bicchiere o la tazza della tisana, con mille e nessuna parola o con un solo messaggio al momento giusto, con un divano su cui "mi fermo solo un attimo" o con un treno che sferraglia il suo ritardo al ritmo delle confidenze
- visi e voci nuove, intorno al formaggio che spezzetto, nella mia cucina bianca, i primi fili di una trama o solo una scia nel mare, ma ora qua
- un tramonto infuocato, saturo di stelle a portata di mano, e una voce che mi dice "fermati" e "guarda" e "taci"
- una collana di ricordi azzurri, fra le mani che tremano eppure  stringono forte le mie
- la mia rosa bianca, come una bussola
- un lungo pianto, finalmente, sola e vera, nell'abbraccio della musica, gli occhi finalmente puliti, come uno specchio quando fai entrare l'aria
- il potere magico della renna Rudolph, al galoppo nel corridoio, mentre i grandi mangiano la frutta
- la complicità:  abbracciata fra i cappotti sul letto della camera grande,  assaporata nell'assaggio del brodo ("è salato?" "no è perfetto"), ridacchiata fra la carta da regalo di un reggiseno, sussurrata coi visi nascosti dietro alle carte di Dixit
-  la lunga corsa verso di te di un folletto nuovo e una letterina, a mezzanotte, che è come la stella cometa

Caro Babbo Natale, grazie.

giovedì 12 dicembre 2019

Cara Santa Lucia

Cara Santa Lucia, Asino bello,
guardo fuori dalla finestra, oltre le mie lucine nuove, guardo questo cielo grande in lungo e in largo,  e mi sembra di sentirvi arrivare (battibeccando....).

È tutto il giorno che vi aspetto e mi preparo, lucidando le mie scarpette (sì Asino hai ragione, erano stivali ma lasciami un po' di alone cenerentolesco dai...) e guardando questi fiocchi di neve, che proprio oggi sono arrivati, baci dal cielo più che mai.

Avrei tanto voluto scrivervi una bella letterina, ma mi sembra che le parole non si formino. Tipo quando burro, zucchero e farina non ne vogliono sapere di amalgamarsi insieme e nonostante tutto quel girare e impastare ....  di pasta frolla ti restano solo le mani.

Allora io resto qui, a mordicchiare la penna e a guardare il cielo. Sempre più grande, sempre più pieno di stelle. Resto qui e non ho scritto la mia lettera, e non sono stata buona, e di pasta frolla, stasera, ho solo le mani.

Vi sento arrivare e anche quest'anno mi dico che ci proverò a fare come voi, che riuscite a portare un po' di luce. Sempre. Battibeccando.



sabato 30 novembre 2019

Le lavagnette nelle cucine

Sono arrivate ben prima dello stato di whatsapp, di cosa stai pensando di facebook e del calendario condiviso di Google.
Ci sono quelle in cui otto o dieci mani si dividono e si rubano lo spazio e quelle con un'unica scrittura tonda che ogni mattina si rispecchia e si ritrova.
Quelle in cui fra ore 9 dentista e chiamare Laura ad un certo punto compare uno zoppicante Grasie Noni e quelle in cui tutti i lunedì penzola attaccato al magnete il foglietto con la dieta.
Le lavagne con le ricette, quella dell'uovo alla coque  o quella della felicità.
Quelle in cui qualcuno ha scritto comprare scottex col pennerallo indelebile e sono anni che quando entro mi chiedo se io ce l'ho.

Un pomeriggio d'autunno sono entrata in una cucina piena di fiori e disegni e tazze da tè. Sulla lavagna c'era scritto:
" Cominciate col fare ciò che è necessario, poi ciò che è possibile. E all'improvviso vi sorprenderete a fare l'impossibile. San Francesco".

Sì, ci sono lavagnette che sono to do list, altre che sono nodi al fazzoletto. Alcune invece sono splendide fotografie.

domenica 3 novembre 2019

Pioggia

Il suono della pioggia, che lava e impregna. 
Il cuore una spugna e nei piedi i ricordi bambini delle domeniche nelle pozzanghere. 
Il profumo della nebbia,  che risveglia nelle mani un desiderio di caldarroste e lana. 
Gli occhi un lago che si quieta, l'orizzonte un sogno che appare e scompare. Rimanere a casa. Impastare.