giovedì 1 gennaio 2026

In parole povere

Amo, sempre di più, le parole povere.

Sia chiaro, non che io disdegni certi termini raffinati, che stanno come quel piattino di porcellana fine della mia nonna a impreziosire i miei biscotti semplici sulla tavola della merenda e la trasformano in festa.

Non li disdegno no, anzi, vado in sollucchero per certe meravigliose parole desuete, che mi scambio con qualche affezionato come un tempo le figurine di Sarah Key. E che a dirla tutta, più di una  volta e più di due mi hanno permesso di mandare a segno un lazzo, di illuminare il punto, qualche volta anche di fare alzare un sopracciglio che temevo non si sarebbe alzato mai.

Ma le parole povere sono come il pane buono. Ti guardano dritto negli occhi, scavalcano la scrivania e ti siedono accanto. Le parole povere non hanno paura di dire cose come grazie, scusa, ti voglio bene. Sei a casa. Abbracciami. 

Hanno un tale ricchezza, a volte, le parole povere, come certe persone con quella limpidezza nei visi aperti che quando dicono auguri ti dissetano, come un bicchier d'acqua.

E allora ecco, in parole povere, Buon Anno.