lunedì 25 luglio 2016

Casa Base

Certe case sono e restano casa base. Potrebbe essere perché hanno grandi divani che non temono piedi stanchi e stanche teste o perché hanno un discreto numero di letti sempre pronti a vestire lenzuola fragranti di ninne nanne e sogni. Potrebbe essere perché nell' ingresso c'è il grande tavolo degli scambi: libri, chiavi, buste e biglietti e la carezza discreta di un mazzo di fiori. O perché nei cassetti del ripostiglio ci sono tenaglie e cacciaviti per cento e un bullone e per mille e un problema. Potrebbe essere perché vi si può sempre trovare il caffè più nero, forte e buono del mondo e la pastasciutta col sugo vero e il basilico profumato di cure. O perché da qualche sportello spunta sempre un biscotto buono e qualcuno con cui sgranocchiarlo è più buono. 
Ma sappiamo tutti che non è questo il punto, o meglio i due punti. E tutti lanciamo e corriamo, sudiamo e ci sbucciamo le ginocchia, raccogliamo palle e gattini e poi ci tuffiamo, grati in ogni cellula. Casa base, punto. O meglio due punti.

venerdì 15 luglio 2016

Il monte Pic

Sulla cima del monte Pic, che è un monte come quello che disegnano i bambini: un tratto che sale e uno che scende, in cima un albero e una panchina, sopra una nuvola bianca, intorno il cielo e davanti, dietro e di fianco la carrellata delle vette che chiamo per nome. Sulla cima del monte Pic, seduta a gambe incrociate (sì, a gambe incrociate, belle strette), abbracciata dal vento, accarezzata dal sole. Pensarmi così. 

mercoledì 29 giugno 2016

Chi ha camminato

Arriverà il momento in cui saprai con certezza che chi ha camminato per più lune di te avrà sempre qualcosa da insegnarti. Proprio sempre. Forse allora ti verrà voglia di stare semplicemente seduto ad ascoltare. Ma se tu non fossi arrivato fino a qua non avresti inteso e se non camminerai per le tue lune non intenderai. Un passo dopo l'altro, il senso si svela. 

martedì 14 giugno 2016

Come zucchero lieve

Vorrei avere parole inutili, come carezze leggere, come vento gentile. Parole sottili come echi, quelli di quando eravamo piccoli insieme - e di quanto piccoli siamo - e nitide, come il volo degli storni, formazione compatta, freccia tesa fra le nostre teste e le nubi. 
Vorrei avere parole antiche, come preghiere sempre uguali, come fiamme sempre accese, come certi alberi di certi giardini, come zucchero lieve sotto il palato. 
Vorrei avere occhi più acuti e orecchie più grandi, come certe nonne dagli eterni abbracci. 

venerdì 13 maggio 2016

e così via

I contorni netti delle nuvole nere a scongiurare l'azzurro totale, a dare calore al sole. La luce radente a caricare di verde i prati, a dare giri al motore. L'acqua generosa, l'aria fresca di bucato. Le ruote che girano, e girano le pagine. Andiamo, andiamo, il piatto piange, io punto, io vedo. Io getto semi nel vento, io vivo. La sera, la tazza, le tue braccia. Quando dormiamo siamo tutti bambini. Il mattino suona sempre due volte, andiamo andiamo, aspetta:  un bacio. E così via. 

lunedì 25 aprile 2016

Dieci

Uno per contare fino a dieci e poi partire, imparare a camminare senza pensare.
Due per imparare qualcuno dei mille nomi del dolore, sfidarlo a braccio di ferro, vincere perdere e riprovare.
Tre per saltare sul gommone, il giorno che avevi segnato sul calendario tanto tempo fa, e andare a vedere gli squali:  trovare un sistema, nonostante.
Quattro per togliere le bende e imparare a mostrare: il vestito da sposa più corto del west. 
Cinque per buttare la racchetta da tennis e far spazio negli armadi, imparare che per girare certe pagine ci vuole la forza che ci vuole: seppure sciocco, questo è.
Sei per imparare la costanza senza l’epica, l’avanzare zoppicante quotidiano del criceto sulla ruota e noi con lui, avanti ancora.
Sette per mettere la stampella rossa nel portaombrelli, imparare che qualche volta piove ed è normale.
Otto per ritrovare la strada delle Odle e la sete di sudore, imparare che la fatica e le vesciche possono avere sempre lo stesso meraviglioso sapore di vetta.
Nove per sedersi nella stanza dei bottoni e far l’occhiolino al dolore, imparare ad addomesticarsi un po’ l’un l’altro: ruvidi, nervosi eppure compagni.
Dieci per soffiare sulla rabbia e vederla, finalmente, volare. 


martedì 19 aprile 2016

Quel rimorso, forse

Quella malinconia un po' rabbiosa di sentire le rotaie divergenti, di ricordarci come eravamo, tutti quanti alla stazione, con gli zaini e l'impazienza allegra dell'inizio di una gita. Quel rimorso, forse, di non aver fatto caso alle curve che iniziavano dolci e innocue, una piccola distanza che ci sballottava e ci faceva ritrovare, dopo un tornante ardito o una lunga scura galleria, scivolati più vicini. Il peccato di non esserci mandati le cartoline, pensando che fosse la stessa gita, tutti quanti insieme, e invece forse sarebbe stato bello trovare la gita degli altri nella cassetta della posta. Quella malinconia un po' rabbiosa di sentire la penna pesante, le parole stentate come una conversazione in sala d'attesa, goffa di cappotti e stupidi ingombranti trolley da adulti in viaggio. 

venerdì 1 aprile 2016

Forse

Profumava di aprile l'aria, e il cielo aveva quella profondità segreta di lenzuola mosse, quel blu scuro e luminoso dei crepuscoli lunghi della primavera. 
C'era la pasta della pizza che lievitava lenta. Sarebbe stata pronta per la cena dell'indomani e questo le dava un senso come di quiete, di cova. 
Aveva la testa stanca come braccia che hanno lavorato. Una stanchezza muscolare che le faceva sentire la coscienza stranamente a posto e il sonno giustamente meritato. 
Le era venuta una gran voglia - pensava mentre chiudeva le finestre - di svegliarsi al mattino con quella curiosità del nuovo giorno, come certe mattina d'estate quando era bambina. Quando con la fessura di luce dalla porta entrava la voce argentina della nonna, con quel suo suono di avventura, e diceva 'alzati presto che c'è un bel sole'. 
Forse è questa la primavera, questa voglia che ogni anno prova a germogliare - aveva pensato - e mentre faceva quel pensiero si era improvvisamente ricordata dei tageti che aveva seminato. Si sarebbe ricordata di annaffiarli, domattina, i tageti e quella voglia?

lunedì 14 marzo 2016

Sentirlo arrivare

Come è bello sentirlo arrivare. Ascoltare il respiro farsi fondo, le viscere accomodarsi, illanguidire, i pensieri sfilacciarsi e impallidire. Il posarsi d'ali delle ciglia sulla mente che si acquieta. Abbandonarsi. Al sonno. 

lunedì 7 marzo 2016

Vincere la paura

Vincere la paura, si dice. E se invece la perdessimo, qualche volta? 
Come un palloncino che teniamo ben stretto. Lo sguardo schiavo che si alza a controllare. La mano sudata e i gesti impacciati. 
Finchè presi dal fare, dall'accarezzare, dal gesticolare, presi dal vivere in fondo, non allentiamo distratti il pugno e lo perdiamo. Ed è allora che ci accorgiamo di quanto stretti ci aveva legati. 

domenica 28 febbraio 2016

..che zitto finalmente

L'intimità della pioggia che batte sul tetto e un abbraccio che zitto finalmente contiene tutto. 
Abbiamo tutti un catino per l'acqua piovana, anche se non lo sappiamo. Non ritornerà al cielo senza aver compiuto ciò per cui è stata mandata. 

lunedì 15 febbraio 2016

Una palla ben tirata

Amava senz’altro la matematica e ne era ottimo esempio di rigore. Non amava gli studenti né insegnare, o quantomeno era abilissima nel nascondere questo amore sotto le falde del suo grembiule nero e sotto l’ala nera del terrore che si adoperava con costanza quotidiana a seminare fra i banchi e lungo i corridoi del liceo.

Il suo ricordo mi evoca, invariabilmente, lo stridio del gesso sulla lavagna.

Quel giorno però aveva nevicato e i rumori attutiti dalla strada, con la loro promessa di palle di neve appena oltre il suono della campanella, si erano frapposti come un soffice cuscino fra i suoi giudizi sprezzanti e la nostra fragile autostima.  E finalmente, dopo l’ennesimo ‘nella vita non combinerai mai niente di buono’ e ‘farti studiare sono tutti soldi sprecati’, la campanella era suonata.

Il tempo di scendere le scale seguiti dalla minaccia di un compito a sorpresa e la battaglia già infuriava, fra palle lanciate in ogni direzione e sgambetti e cappucci pieni di neve rovesciati sulle frange e sugli occhiali.

Sul più bello il grembiule nero si era affacciato alla porta, strepitante: siete dei delinquenti, andate a casaaa… e sull’ultima sillaba la palla tesa, lanciata con mano sicura e braccio potente da dietro la barricata delle auto parcheggiate, aveva compiuto la sua parabola perfetta colpendo il centro del grembiule nero e mandando la prof. a gambe all’aria.

Quindi ieri, quando sul giornale ho letto che l’autore di quel tiro magistrale – cui era stato appassionatamente e ripetutamente sconsigliato di proseguire nello studio delle materie scientifiche o meglio nello studio di alcunchè -  è oggi uno degli autori della scoperta scientifica che la stampa di tutto il mondo definisce ‘da Nobel’ è stato come se ci fossimo alzati tutti e 27 dai banchi di quell’aula e avessimo finalmente, fragorosamente, gioiosamente mandato a quel paese il nostro terrore di non essere all’altezza paludato nel grembiule nero.


P.S. per inciso e per dovere di cronaca: resta il fatto che la sua valutazione riguardo la mia inettitudine verso i numeri, per quanto sconvenientemente espressa, fosse comunque assolutamente corretta!