venerdì 1 gennaio 2021

Ho anche capito, quest'anno

Ho anche capito, quest'anno, che Buon Anno non è uno speriamo che. 

È un'esortazione. 

Parafrasando un proverbio caro: qualunque anno sia, tu rendilo buono.

Che non vuol dire addomesticalo, che ci vorrebbe un bel becco di ferro, vuol dire avere a disposizione una buona scorta di zabaione e panna montata per dare senso e sapore alle crepe di una meringata incidentata. 

Ho anche capito che dire Buon Anno a qualcuno dovrebbe essere un impegno, dovrebbe voler dire: se avrai finito la panna montata conta su di me.

Allora prima di scriverlo ho controllato bene in frigo. E ora lo scrivo: Buon Anno.

venerdì 25 dicembre 2020

Di qualunque dimensione sia la pentola del brodo

Arriva,  il Natale. Anche se appendere i palloncini quest'anno è stato un atto di volontà e mentre facevi il presepe pensavi che magari quest'anno i Re Magi si organizzano con Zoom (e chissà che non sia la volta che arrivano puntuali)... lui arriva. 

Nella magia di un garage che ha fatto posto alla slitta di quel signore e a un via vai di renne e nipotini, nella piccola solennità della mia rosa bianca, nel profumo di queste paste al forno sfornate all'unisono, nei rintocco dei ricordi lontani e vicini, cuciti da giovani video maker e dalle ricette tramandate ...lui arriva.

Arriva, il Natale. Anche se tocca agli occhi portare i sorrisi e agli smartphone portare le risate dei nipotini.

È qui, in questa letterina che anche quest'anno è arrivata, nella salsa al prezzemolo che ha bussato inaspettata alla mia porta, in questo bacio con le pantofole che ha saputo accendere tutte e quattro le candele dell'avvento.

Ho capito davvero, quest'anno, che il Natale arriva. Tu gli fai posto, come qualcuno ha fatto in quel garage. 

Ho capito davvero, quest'anno, che il Natale si celebra, non si festeggia. E quanto sia un onore.

Buon Natale, di qualunque dimensione sia la pentola del brodo.

sabato 12 dicembre 2020

Cara Santa Lucia

Cara Santa Lucia, Asinello bello,

Ehm, ma un po' di rispetto tu no eh?! 

Altro che rispetto Asino caro, avrei una voglia di infilare il muso nella tua criniera e stare lì stretta  stretta ...

Muso? Ma non sarei io l'asino?

Mah, insomma anche io non è che poi... Ma lasciam stare su, che non era questo che volevo dire. Ecco, appunto... cosa volevo dire...? Ah sì, ricominciamo.

Cara Santa Lucia, Asinello bello,eccomi qui anche quest'anno a lucidare... le ciabatte!  Ah ragazzi, certo che se penso agli anni scorsi  che si lucidavan le scarpette della festa o gli scarponi da montagna ... o anche quelle belle stringate che col tailleur stavano un incanto .... e invece quest'anno non abbiam da lucidare che le ciabatte!!

Eppure ne abbiam fatta di strada, con queste ciabatte fidate, avanti e indietro sul solito impiantito. 

So di qualcuno che ha contato i passi, ogni giorno, dalla camera alla cucina, doppio tornante nel corridoio e curva a gomito davanti al salotto. E ne ha fatta di strada.

E so di qualcuno che sotto la scrivania, busto ben fermo e sguardo alla telecamera, ha percorso le sette leghe andata e ritorno.

E so anche di qualcuno che sarebbe stato ben felice di allargare soffici i piedi nelle ciabatte, e invece ha infilato ogni giorno le scarpe, il coraggio e la mascherina ed è andato a compiere un dovere, a portare un aiuto, ad alzare una serranda, a infilare l'ennesimo vetrino sotto un microscopio.

Ne abbiam fatta di strada, in tutto questo star fermi.

Quindi oggi Asino mio, Santa Lucia cara io  lucido fiera le mie ciabatte, con lo sguardo al cielo. E mentre lucido, e mentre accarezzo piano le mie stelle, anche quest'anno mi chiedo: son stata buona?

Eh no, mica tanto. Lo sentivo dire un po' dappertutto, che questo virus ci avrebbe reso migliori ma, parlo per me, sia chiaro, non è che  mi sia spuntata l'aureola così, per contagio... Ecco forse qualche pensiero in più  l'ho fatto, il buon proposito di essere più attenta, di coltivare le verdure e la pazienza, di tenere il cielo e i pavimenti  più  puliti  ...va beh Asino, hai ragione mica tanta roba, un sacco di quei se e di quei ma e sotto sotto la solita Prishilla.

Quindi niente, anche quest'anno così diverso e strano io son qui a scrivervi e a guardare il cielo, impastando pensieri, burro e farina e una pioggia di grazie per luce che portate, in questa notte lunga e sul mio esame di coscienza. 

Quindi niente, buona non sono stata, però vorrei vorrei ....ecco più di tutto io vorrei che in questo schermo si potesse, fra una faccetta e un vocale, infilare il profumo dei biscotti e le mie braccia, per abbracciarvi forte e chiaro...sì anche te Santa Lucia, che lo so che sei una Santa e sono molto irriverente, ma io te lo vorrei proprio dare, un lungo abbraccio strattolino.

Copritevi bene, siate prudenti. Verranno tempi migliori.


martedì 10 novembre 2020

Fanno lunghi giri

 Fanno lunghi giri, a volte, i tesori. Restano sepolti sotto la sabbia, nei loro forzieri arrugginiti. Covati dal sole e dalle intemperie. Lambiti dalle onde. Vengono trafugati, camuffati, imbarcati nelle stive di certe grandi navi. Rovesciati dalle tempeste. Spettinati, divisi, contesi. Percorrono scale e soffitte,  nascosti nei bauli ignari, dirottati dalle coincidenze, dimenticati. Impolverati. 

Ed è incredibile quanto brillano, quando arriva il giorno in cui, inequivocabilmente, arrivano a casa. 


domenica 16 agosto 2020

Cento di questi giorni

 Qualche volta si avvera.

E come tutti gli auguri avverati porta in sé anche i segni della fatica.

Ma io ti auguro soprattutto, che porti i segni della terra dissodata e abbia il sapore dei pomodori appena raccolti, caldi di sole. Delle vesciche nelle mani, delle corse nella notte e di certi risvegli meravigliati, affacciati sul bosco e sulle tue ortensie prodogiose. 

Ti auguro che abbia quella crosta croccante delle patate fritte a regola d'arte, rovesciate in un grande vassoio a far felice una grande tavolata.

Ti auguro che il solco fondo di quel bacio sulla tempia che non c'è più, sia il torrente sempre in piena del vostro tenervi per mano. Con gli stivali alti, con la canna in mano.

E quella risata cristallina, come un eco che si allontana e poi riprende forza e torna ad essere cielo infuocato di tramonto e di promesse, sempre, ancora, nonostante. Domani. 

venerdì 24 luglio 2020

Allora forse per davvero non c'è un confine

Leonardo si riscosse. La creta sarebbe rimasta morbida e lavorabile per mezz'ora ancora, al massimo. Bisognava fare presto. Ecco, qui. Tocca qui, e poi là. Vedi, torna. Si vede, e si sente. 
Dov'è il confine fra me e te, cavallo? Qui, dove la mia mano ti tocca? Ma questo è il confine del tatto. Se premo, cambia. E come faccio a distinguere te, cavallo, da un mucchio di creta nuovo col tatto e basta?
Se mi allontano non ti tocco ma sento il tuo odore. Odore di buoni, di creta e d'acqua, di terra e fresco. E se qualcuno ti tocca, ti dà un colpo sento il rumore. Fin quando mi allontano e non lo sento più. Forse è lì il confine fra me e te, cavallo? Ma se apro gli occhi ecco che ti vedo. E se mi allontano continuo a vederti, e mi rimani negli occhi finchè non scompari all'orizzonte. Allora è all'orizzonte, il confine fra me e te, cavallo?

Leonardo si guardò intorno, e gettò un occhio alla candela di cera che ardeva in un angolo, consumata di due pollici buoni da quando aveva iniziato (...). Cinque giorni ancora, per consegnare quell'opera. Mancava la coda, c'era tempo. E c'era creata, che sarebbe diventata coda, plasmata dalle mani mie, di Leonardo figlio di ser Piero, che da Vinci sono venuto a Milano, e a Milano chissà quanto resterò. Magari resteremo qui insieme tutta la vita, bel cavallo mio. Ti vedrò tutti i giorni. 
E se non ti vedrò, perchè andrò via, pazienza. Sei così ben fatto che magari potrei incontrare un viandante che mi parla di te. Che ti descrive, che mi dice della tue curve, e magari mi mostra un tuo disegno. Non è come vederti, ma va oltre. Posso fingerti nella mente, come sei, o più bello ancora. E così saresti il  mio cavallo davvero. 

Allora forse per davvero non c'è un confine fra me e te, cavallo. 


(Marco Malvaldi, La misura dell'uomo)

venerdì 29 maggio 2020

23 maggio 2020

L'ho capito solo stasera, come mi sono sentita in questi mesi. L'ho capito mentre affrettavo il passo nel vialetto, sotto i nuvoloni che oscuravano il cielo, sotto la luce irreale che sempre annuncia il temporale. 
Mi sono sentita così, in questi mesi. Come quando arrivava il temporale, nella casa in collina delle mie estati da bambina. 
Lo guardavamo arrivare, il nonno ed io, affacciati sulla pianura che si stendeva senza limiti davanti ai nostri occhi, fino a sfumare all'orizzonte. Quella vista che tutti ammiravano, arrivando a casa nostra. 
L'aria si raffreddava, a strappi. Il cielo si gonfiava e si scuriva. La luce diventava radente, sembrava cambiare la sostanza delle cose.  Dentro la casa venivano chiusi i vetri, le persiane. Lui rimaneva sotto il portico, a guardare il temporale, e io con lui.
I primi goccioloni cadevano sul bordo esterno del portico, le sedie e il tavolo rotondo ancora al sicuro.   
Si alzava il vento e la pioggia rinforzava, le gocce colpivano le sedie più esterne. Allora lo aiutavo a trascinarle più vicine a casa.
Restavamo seduti, con gli schienali vicini al muro. Guardavo le gocce che colpivano il pavimento sempre più vicino a casa. A volte ci lambivano i piedi. Lui mi metteva una mano sulla spalla, fermissima. Tuonava.
Gli elementi e la loro furia. Io, attraversata dal fascino e dallo sgomento. Particella infinitesima di un universo immenso. Intensamente, inspiegabilmente, viva. Provvisoria e insieme eterna.

L'ho capito solo questa sera perché mi ha commosso tanto che qualcuno mi abbia fatto trovare questa foto, nel posto dove andavo a consegnare la spesa, coi guanti e la mascherina.