domenica 10 settembre 2017
martedì 22 agosto 2017
Riccioli di matita
Riccioli di matita temperata come le gonne a campana delle bambine d’estate. Abbandonate sulle sedie, sui cassettoni alti, sui pavimenti di maiolica delle case al mare, fra sandali e ciabatte, e un frusciante scalpicciare di piedi abbronzati.
Ho camminato, ho ballato, ho nuotato. Il vento ha riempito le tende, le lacrime gli occhi, semplicemente baci mi hanno chiuso la bocca. Mi lisciano le estati, mi asciugano.
Più corta, più sottile, appuntita dagli anni che passano, mi sento matita fina. Le parole come conchiglie, nella bassa marea.
martedì 18 luglio 2017
Andar per monti
Io e mia sorella in montagna ci dividevamo equamente i
genitori. La terza sorella proprio da quelle montagne, dice la leggenda
familiare, di lì a poco sarebbe arrivata, con la sua consueta ventata di novità
e rivoluzione. Ma a quel tempo due bambine e due genitori eravamo, ad
avventurarci sui sentieri, e la composizione delle squadre era prevedibilmente
bilanciata.
Due davanti e due dietro, sul sentiero. Mia sorella per mano
alla mamma, nota dispensatrice di generi di conforto simbolici e sostanziali,
ed io avanti trotterellando fiera accanto al papà. Poi la sosta per il pic nic.
Mia sorella con la testa fra le ginocchia – e i profumati involti – della
mamma, io a cercar tane di marmotte fuori dal sentiero o mettere il naso nei
rifugi a caccia di un caffè con il papà.
Mi piace pensare che sia per questo che ho sviluppato con mia
padre la complicità della trasgressione adulta, lo strizzarsi d’occhio di chi
quatto quatto esce dal perimetro delle gonne materne e va in esplorazione. Che
sia la vetta del Puez, un lavoro indipendente o l’ennesimo caffè. Cosa ci sarà
dopo la curva? Chissà... Andiamo? Andiamo.
Ma invariabilmente, quando si avvicinava il momento di salire in
seggiovia o di affrontare un passaggio critico sulle rocce, la vocina
squillante della sorellina piccola sparigliava le carte: io sto col papà. Li
vedevamo salire e prendere il volo e c’era sempre quello sguardo fra me e mia
madre, mentre la seggiovia girava intorno alla ruota e noi iniziavamo a piegare
le ginocchia. Siamo io e te. Pronta? Via.
Mi piace pensare che sia per questo che ho sviluppato con mia
madre la complicità del coraggio, del ce la facciamo da sole. Che sia
all’inizio di un viaggio, nella camera di un ospedale o di fronte alla ricetta
del souffle. Hai paura? Sì. Anche io, andiamo.
martedì 23 maggio 2017
Ho sentito leggere Tagore in sanscrito
Ho sentito leggere Tagore in sanscrito e mi sono resa conto che qualche volta il significato delle parole non è ciò che serve, per capire. Qualche volta è semplicemente il rimbalzare dei suoni sulla pelle. Lo spessore del silenzio, e della carta sotto le dita. Il mistero di un disegno, il sentiero delle dita quando passano fra i capelli. Il colore del vento che attraversa il cielo. Zia tu ci credi alla magia? Io sì, anzi non è che ci credo, lo so. Ah sì? E per esempio cos'è una magia? Per esempio è quello che sento quando ti abbraccio.
lunedì 24 aprile 2017
C'era una volta un pezzo di legno, e ci sarà per sempre
"C'era una volta... - Un re! - diranno subito i miei piccoli lettori. Invece no, avete sbagliato. C'era una volta un pezzo di legno..."
Il dito alzato, la voce lunga e fonda. Quando diceva "un pezzo di legno" sembrava di sentirne la consistenza calda, le venature. Tutte le vite possibili, e le storie, che aveva dentro.
Quando ho avuto fra le mani il primo Pinocchio della mia vita non potevo credere che quell'incipit l'avesse inventato quel tal Carlo Collodi e non mio zio. Ancora oggi, in verità, sono fondamentalmente convinta che si tratti di una particolare forma di plagio.
Ma non è questo che volevo raccontare. Questo era perché fosse chiaro a quale sorta di ginocchia mi riferirò quando, fra poco, dirò che ero seduta sulle sue ginocchia.
Era accaduto al termine di una lunga cena e di una lunga tavolata. Eravamo in campagna ed era d'estate. Io avevo da poco ottenuto il permesso di farmi i codini e, se non erro, c'era una sorellina appena nata, in una carrozzina con la zanzariera, laggiù in fondo al corridoio.
Mi ero arrampicata sulle sue ginocchia, appunto, accaparrandomi il privilegio mentre gli adulti si passavano l'amaro e i ragazzi chiedevano per favore un'altra fetta di crostata.
Gli avevo detto: "Lo sai che sto leggendo un bel libro?! S'intitola il Diario di Giulietta - e poi avevo aggiunto, compunta - è della Casa Editrice Mursia".
L'avevo sentita immediatamente arrivare, dritta dritta dalla pancia, quella risata che già gli rotolava nella voce mentre mi chiedeva "Ah sì? della Casa Editrice Mursia??" e poi gli inondava gli occhi, e, inarrestabile e fragorosa, contagiava la tavolata. E mentre lui rideva e mi stringeva, io mi sentivo arrossire fino alla punta dei codini e pure mi saliva il dispetto - che proprio non capivo cosa ci fosse da ridere della Casa Editrice Mursia - ma più grande ancora del dispetto era l'orgoglio di avergli provocato tutto quel ridere. Proprio io.
Io che ancora oggi, quando compunta e compita, con tailleur e occhiali, cito il testo e la casa editrice, rivedo quello sguardo e una risata mi fa solletico, da qualche parte intorno all'ombelico e in mezzo alle guance.
Io che oggi penso a che bel dono mi ha lasciato, quella sera, ridere così di cuore di me stessa e di questo burattino che talvolta mi piace interpretare.
Io che oggi penso a che bel dono mi ha lasciato, quella sera, ridere così di cuore di me stessa e di questo burattino che talvolta mi piace interpretare.
domenica 2 aprile 2017
Ho impastato
Ho impastato, rimuginando. Ho preso a pugni il cuscino che mi protegge i pensieri. Ho infilato le dita dentro la pasta elastica degli eufemismi, degli alibi e delle mezze verità. Ho ammorbidito con l'acqua limpida che sgorga dalla montagna che sempre mi sovrasta e mi ispira. Ho appallottolato le brutte copie e lisciato l'orizzonte col palmo aperto come orecchie senza paura.
Ho fatto la pizza, l'ho condita col pomodoro che sempre avrà il sapore dell'orto e delle mani che stringevano la vanga, ho sparso l'origano come fosse un seme.
Poi ho apparecchiato la tavola e ho aspettato il suono del campanello, mentre il buio e il calore facevano le parole croccanti. Avanti.
venerdì 10 marzo 2017
Non c'è niente di più caldo del sole di marzo
Era così tanto tempo che non era primavera. Non c'è niente di più caldo del sole di marzo, e io l'avevo dimenticato. Il cielo lavato e lungo risuona come organo, ma lieve. Un suono azzurro e limpido che invade la gabbia toracica. Un respiro. Sono spuntati i muscari, sotto la volta gialla del gelsomino che ancora profuma di inverno. Un verde innocente e nuovo che fa vergognare dei pigri mugugni. Era così tanto tempo che non era primavera.
martedì 14 febbraio 2017
Gli anni tondi
Gli anni tondi, portatori di allegria e di sgomento. O viceversa, forse. Il nove che si apre, fecondo, lo zero che torna, gravido di un nuovo uno.
Arrivare, ripartire. Gli anni tondi sono la piazza di una stazione. Amarsi sempre. Gli anni tondi sono una tazza di tè. Ringraziare. Festeggiare. Gli anni tondi sono un abbraccio, una ciambella, col suo bel buco.
giovedì 2 febbraio 2017
Andiamo
C’era nell’aria quel bisogno di chiuso, quel bisogno di stare insieme ma zitti.
Avevano cercato l’aiuto
di una storia, una di quelle in cui si poteva entrare di soppiatto, senza dar
mostra di averla cercata, né di aver chiesto permesso. Veniva fuori da sola dallo
schermo e il telecomando si era saggiamente eclissato.
Si erano semplicemente
lasciati ammutolire, come un borbottio di pentola che lentamente si quieta ed
erano stati ben fermi, affinchè il fuoco non ravvivasse il bollore.
Scorrevano i respiri vicini, senza toccarsi, senza guardarsi.
Rotaie.
Così, restando fermi, ne avevano fatta di strada – si accorsero alzandosi, dopo che i titoli di coda avevano esaurito il loro movimento lento e le dita dei piedi lo avevano lentamente riacquistato.
Così, restando fermi, ne avevano fatta di strada – si accorsero alzandosi, dopo che i titoli di coda avevano esaurito il loro movimento lento e le dita dei piedi lo avevano lentamente riacquistato.
Allora, finalmente, si
dissero: andiamo.
giovedì 19 gennaio 2017
Dedicato a una nonna che non è la mia, ispirato da una nonna che è la mia
Nonne, fate tintinnare le vostre risate nelle orecchie dei nipoti ogni volta che potete: la risata argentina di una nonna fa il nido nel cuore di un nipote come neanche il profumo di mille madeleine.
Nipoti fate ridere le vostre nonne ogni volta che potete: la capacità di farla scrosciare è il vostro più grande potere. Credete, non ne avrete mai uno più grande.
Lupi di tutto il mondo, siete perdonati: quando il bosco si fa fitto e scuro, mettersi in testa la cuffia della nonna e mangiar frittelle con qualche nipote è il modo migliore bene per uscirne sani.
sabato 31 dicembre 2016
Trentundodici
Caro 2016, mi sembra impossibile che tu sia stato solo uno. Che un anno solo mi abbia appiccicato in faccia tutte queste rughe nuove. Ciao 2016, vai vai, che mi sembra come quando iniziano a mettersi il cappotto certi ospiti...che poi, chissà chi ce l'ha messa in testa questa cosa che la sorte - o la ventura - vadano ad anno solare. Come il bilancio d'esercizio. Come se non l'avessimo inventata noi, questa cadenza, con le teste chine su calcoli astrusi pur di non far coincidere questo nostro tempo di umani intelligenti con la naturale banalità delle lune o delle stagioni.
Bambini che inventano regole minuziose per costruire un complicato gioco tutto loro, per sfuggire al controllo degli adulti. Che pure arrivano, con l'ora di andare a dormire e la minestra in tavola. Trentundodici, anni bisesti, trentagiornihanovembre. Mura di sabbia per dare il nostro ritmo al Tempo. E la marea sorride.
Dunque ciao 2016, metteremo i vestiti della festa ed i lustrini, brinderemo, faremo fuochi e botti, mangeremo l'uva e le lenticchie e forse indosseremo pure le mutande rosse, per salutare come si conviene il 2016 e i suoi affanni e per far bella impressione al 2017, come ad un nuovo professore con cui poter ricominciare. Il Tempo, la sorte e la ventura, lassù sorrideranno. Bambini andiamo, è pronto in tavola.
domenica 25 dicembre 2016
Buon Natale
Golf, campo pratica. Io seduta sulla panchina, con accanto la sacca delle mazze. Cielo azzurro, freddo, sole.
Si avvicina un uomo. 80 anni direi, vistosamente claudicante, viso segnato, asciutto. Non fosse politicamente scorretto, un vecchio.
'Sono sue le mazze?' gli trema un po' la mano che stringe una pallina, la voce, quella no.
'Si..'
'Me ne presta una? Sono otto mesi che non vengo, per un problema di salute, e vorrei tirare una palla, una sola'
'Certo'
Prende a caso, il pitch. Si posiziona sul tappetino, zoppicante ma sicuro. È un golfista, penso.
'E' un po' corta per me', dice, gentile 'ma tanto la prenderò in testa, non partirà...sono otto mesi...'
'Aspetti. Prenda almeno il ferro 7' glielo allungo e torno a sedermi. Guardo altrove mentre lui addressa, sotto questo cielo limpido, carico d'inverno e di luce. Trattengo il fiato. Sento il rumore. Guardo la palla volare, la parabola perfetta, e mi si apre il sorriso.
Mi restituisce la mazza, e il sorriso.
'E' andata bene' dice, il sollievo della fiducia che torna a splendere.
'Benissimo' rispondo, come fosse un inchino.
Siamo soli in questo prato. Penso alla stella cometa. Penso alla rosa bianca che ho appena comprato. Penso alla fatica e alla bellezza di questo swing.
'Buon Natale', e lo dice come potrebbe dire sono tornato.
'Buon Natale', e lo dico come potrei dire è un privilegio essere stata qua.
E poi penso a come sarebbe bello se il mio sorriso fosse un pezzetto di sole su questa sua meravigliosa mattina, perché il suo lo è stato per me.
E poi penso a come sarebbe bello se il mio sorriso fosse un pezzetto di sole su questa sua meravigliosa mattina, perché il suo lo è stato per me.
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