Quando il tempo lievita e le cose più piccole diventano ingombranti, si affollano nella sconsiderata liberà di uscire dalla fila e far ressa, vociare. Quando le linee pazientemente disegnate con lo scotch sul tuo pavimento cerebrale perdono colore, si sollevano ai bordi, finiscono pestate e arrotolate, nere, fra le rotelle delle valigie. Quando i foglietti coi numeri si ammucchiano e volano, sospinti dal primo spiffero, capita perfino di raccoglierne una manciata e scoprire che al posto dei numeri in rigorosa sequenza logica c'è scarabocchiato sopra un pensieroso fiore a cinque petali o un cuore sbilenco o una tremolante chiocciolina. A matita, per giunta.
lunedì 18 febbraio 2013
lunedì 11 febbraio 2013
Senza titolo
Come un vento, un presentimento, come un lupo con le zampe infreddate di neve era arrivato, il mattino.
Aveva desiderato una carota al posto del naso e due sassolini, lo sguardo lucido e nero di un gufo remoto. E sciogliersi poi, nel pantano dell'erba nuova.
mercoledì 6 febbraio 2013
I Promessi Sposi
Saranno vent’anni – o più - che me lo chiedo: con tutti i
libri che han scritto da Dante Alighieri in poi, perché a scuola si studiano proprio
I Promessi Sposi? Un anno intero,
capitolo dopo capitolo: il ramo del lago di Como, la notte degli inganni, addio
monti, la peste, la conversione e via discorrendo, obbligatoriamente da non so
quante generazioni.
Bene, complice un’avveduta lettrice amica, ho scaricato il Romanzo sul kindle - per togliergli definitivamente di dosso quell’aria pesante e grigia di certe mattinate d’interrogazione – e sono andata in cerca di una risposta.
Son saltata dritta nel racconto, scartando prefazioni e
introduzioni dotte come fossero nient’altro che l’involto di un regalo e
ignorando con gran gusto di liberazione i numerini delle note.
Così ho capito: I Promessi Sposi è un romanzo bellissimo. Lo
è a prescindere dal suo valore storico: la struttura del romanzo, la lingua
parlata, la provvidenza e tutto il resto. E’ un romanzo bellissimo perché ha un
ritmo perfetto, personaggi meravigliosi e meravigliosamente dipinti, scene
magistralmente costruite e tutto il fascino narrativo da cui si possa
desiderare venir rapiti.
Ma io, che pure ero scolara interessata alla letteratura e
potevo far conto su una professoressa coi fiocchi, al liceo non me ne ero
accorta – e temo, come me, molti altri compagni.
Allora mi chiedo, non sarà che tutta quell’esegesi preventiva e le continue interruzioni e gli zoom su questo e quel particolare, rischiano di far perdere il filo e la tensione del racconto perfino al più bendisposto dei lettori? Non son certo un’esperta di didattica ma non sarebbe meglio – prima di dedicarsi a far le pulci alle parole – farsi travolgere dal racconto e lasciarsi innamorare? Anche quando studiamo un quadro, il primo sguardo è del suo insieme, è ignorante, eppure l’emozione che ci provoca sostiene e sospinge la curiosità con cui andiamo poi scoprendo il dettaglio e la storia dell’opera, guidati dalla sapienza degli esperti. Se cominciassimo osservandolo a francobolli, magari tenendo pure d’occhio di tanto in tanto la spada di Damocle del voto sempre in agguato, non credo proprio che sarebbe la stessa cosa.
Per questo, in fin dei conti, io consiglierei agli scolari di leggersi i
Promessi Sposi, in una versione tascabile leggera leggera, l’estate precedente
alla lettura obbligatoria del Romanzo. Consiglierei di leggerlo senza
soggezione, senza capirlo, saltando i paragrafi che li annoiano, liberi di
abbandonarlo, riprenderlo, immaginarlo, di macchiare le pagine di sabbia e salsedine
e nutella.
Poi consiglierei a tutti quelli che amano la letteratura di
rileggerlo, ogni tanto, dopo averlo studiato a scuola. Non solo per il piacere
di farlo, ma anche – mi prendo licenza di dirlo - per tener desto il senso
delle proporzioni di fronte a tanti ‘capolavori’ osannati da stampa e giornali
e premi.
venerdì 25 gennaio 2013
Ciao Ricky!
Sei arrivato pian piano – tanto che forse alla tua mamma sarà
sembrato di essere su uno di quei treni che prende tanto spesso, quelli che
partono e si fermano, partono e si fermano e sembra che non arrivino mai. Io
invece, dal mio comodo divano, ti immaginavo tra le braccia di un nonno-cicogna
che ti faceva fare voli radenti e mozzafiato e tu dicevi sempre ancora un giro
e lui ti accontentava, felice di viziarti, orgoglioso all’idea di portarti fin
fra le braccia dei tuoi genitori acceso di entusiasmo e di giochi.
E così sei arrivato, con il tuo fagotto di stelle, con gli
occhi pieni di sogni e le guance lisce e invitanti come le pagine bianche di un
quaderno nuovo.
E’ stato mentre ti guardavo per la prima volta che
finalmente l’ho capito. Ho capito che quello che proviamo quando arriva un
bambino, la tenerezza, la speranza, la felicità, la meraviglia,
tutto quel groviglio di emozioni – che è diverso come diverse sono le persone raggomitolate
e palpitanti nel cuore di questi cuccioli a colori pastello – ecco queste emozioni non sono qualcosa
che appartiene a noi, che sta dentro agli occhi di chi guarda. Sono invece polvere, rimasta
appiccicata alla pelle dei bimbi - o che qualcuno si è premurato di spennellare - dal posto da cui sono partiti.
E’ un indizio che loro ci portano, come fosse un regalo. Nell’indizio che mi ha portato Ricky,
oggi, c’era soprattutto un’irrefrenabile allegria.
lunedì 21 gennaio 2013
Li riconosci
Li riconosci già da come si preparano sul bordo della vasca, da come aggiustano gli occhialini e la cuffia, da come tastano l'acqua con il piede. Quelli che fissano un tempo e poi contano le vasche, come fossero monete da accumulare con golosa soddisfazione in un immaginario tascapane, e quelli che fissano le vasche e contano il tempo, perchè non c'è maggior soddisfazione di far presto e bene. Poi ci sono quelli che quando sono stufi escono, tutto qui.
lunedì 14 gennaio 2013
Memo
Per non perdere l’equilibrio devi guardare lontano, un punto
fisso all’orizzonte.
Poi un passo dopo l’altro. Uno alla volta, senza guardare
giù. E’ così che si arriva dall’altra parte.
I tuoi piedi e l’orizzonte. Il resto è un gioco di carte
degli imprevisti-probabilità che compariranno ogni mattina sul piattino del tuo
caffè. Senza che tu debba neppure tirare i dadi. Via.
venerdì 4 gennaio 2013
Con l'aiuto di Dio, per sempre
C'era un fuoco che ardeva e un cerchio intorno. C'era il profumo del fumo sul maglione ispido, c'erano le voci degli altri - di ciascuno - e la mia dentro.
C'era un mondo che certe persone disegnavano per abitarlo, persone che ci invitavano e ci regalavano le matite e le storie e fogli su fogli, occasioni.
Così c'erano le giornate di ruscelli e boschi, le vesciche nei piedi e i tagli nelle mani e le legature e i legami e un quaderno in cui ancora non c'era scritto quasi niente. Ma c'era.
Poi, la notte, c'erano i profili delle tende e dietro le montagne e poi più niente. C'era un cerchio e un fuoco e le scintille che salivano, fino a confondersi con le stelle.
Ma la cosa davvero incredibile è che queste cose ci sono ancora. E quanto è grande il mio grazie, per tutto questo, io non lo sapevo. Che sciocca.
mercoledì 19 dicembre 2012
Sulla vecchia poltrona, nella camera in fondo al corridoio
Stuzzicata e lusingata da un nonno che si appresta a - SSTH,
Prishilla!! – va bè, insomma, avrete capito, il punto è che l’altra sera mi son chiesta
cosa vorrebbe sentirsi dire un bimbo che, dopo la lunga cena e le briciole del
pandoro, sentisse uno scampanellio e trovasse seduto, sulla vecchia poltrona
della camera in fondo al corridoio, il signore dalla barba bianca e dal vestito
rosso.
Cosa vorrebbe sentirsi dire, una volta seduto sulle sue ginocchia,
vibrante di emozione? Vorrebbe sentir parlare di renne, folletti e stelle?
Forse, un poco. Vorrebbe sentire che la sua letterina è stata gradita? Può
darsi, se fosse un bimbo attento alle parole e bisognoso di lodi come certe
persone che conosco. Ma io credo che, più di tutto, quel bimbo vorrebbe sapere
se davvero quegli occhi azzurri possono leggere i suoi sogni. Perché di Babbi
Natale sono pieni i corridoi di tutti i centri commerciali: se sei quello vero,
fatti riconoscere.
Come ti chiami? – Prishilla
– Oh oh oh, Prishilla. Quella
che non può dormire se non ha letto una fiaba. Sei cresciuta. Hai tanti
desideri, quest’anno. Ma sei stata brava? – Sìsì. Cioè, insomma. – Ecco, insomma mi sembra più giusto. Dunque,
dunque vediamo. Mi sembrava che ci fosse qualcosa per te, sulla slitta. Vuoi
vedere che mi son sbagliato?
Un po’ di suspence ci vuole, sempre.
Un po’ di suspence ci vuole, sempre.
Ah no, ecco qua. I
folletti han lavorato per te, Prishilla, fai tesoro di questi giochi, son
preziosi.
Ecco sì, perché non vale se Babbo Natale dice: figurati,
cara, giusto un pensierino. Magari ti vien pure il sospetto che abbia riciclato
qualche trabiccolo dell’anno scorso. I bimbi vogliono sentirsi dire che dietro
un regalo c’è un folletto che ha martellato e girato viti e attaccato braccia e
gambe e capelli e che tutto questo è stato fatto per lui.
Dunque: fai tesoro di questi giochi, perché son desideri
avverati, oltre che bambole e videogame.
E poi vorrei, vorrei, vorrei … ecco: vorrei che Babbo Natale
mi salutasse chiamandomi per nome e seminando solo per me una traccia di
fiducia.
Ciao Prishilla,
aspetto la tua lettera, l’anno prossimo. Scrivimi cose belle, e fai la
brava. Soprattutto, mi raccomando, non
dir bugie e stai un po’ zitta,
qualche volta.
L’anno prossimo. Cose belle. Potrò essere brava. Lo dice
lui. Lui che senza le nostre letterine sarebbe solo il testimonial più
famoso del secolo.
mercoledì 12 dicembre 2012
Cara Santa Lucia,
mi ero riproposta di scriverti una letterina lieve e
ironica, che come al solito si sarebbe conclusa con un bieco tentativo di
accattivarmi la tua benevolenza, farmi perdonare tutto quel fango che anche
quest’anno mi è rimasto attaccato alle scarpe e sciorinare la mia lista dei
desideri.
Carta e penna alla mano però le parole che mi son venute incontro sono altre. Forse perchè – alla buonora, dirai tu – finalmente mi sono resa conto che tu il tuo regalo lo porti sempre. No aspetta, non fraintendere, non dico che tanto sei buona e quindi perdoni – sì certo nel mio caso è anche così – ma anche qualora tu davvero avverassi la minaccia e nelle mie scarpette infilassi solo carbone (o un calabrone, come direbbe una bimba – buona – che conosco), bè anche in quel caso tu avresti portato il non plus ultra dei regali. Che è la magia.
E quanto deve essere faticoso, Santa Lucia cara. Anno dopo anno, tener viva la fiamma e portarla in tutte quelle case, che ogni anno sembrano sempre di più, e più alte, con tutte quelle finestre. Mamma mia che stanchezza. E andar d’accordo con l’asino, che, per l’amor del cielo, è un grande aiuto, ma ha le sue manie e poi bisogna continuamente dargli da mangiare. Certo anche per lui non deve essere una passeggiata, tutti questi anni in giro con te, carico come un somaro, proprio nella notte più fredda e più buia dell’anno. Non so quante volte ci avrà provato, a convincerti ad anticipare alla primavera, non so a San Giovanni, quando le notti sono tiepide e chiare. Ma tu no, ostinata. Dici che è proprio quando le notti sono nere e fredde da far gocciolare il naso, che i bambini hanno bisogno di magia. E l’asino alza gli occhi al cielo. Poi dici che a San Giovanni son capaci tutti, bastano quattro lucciole e la magia è fatta, ma quando l’inverno ci prende come una paura quelle sciocchine son sparite tutte, e bisogna ben che qualcuno vada di casa in casa ad accendere le stelle. Allora lui, punto sull’orgoglio, si carica i sacchi sulla groppa ed è pronto per partire.
E dopo aver fatto questo pensiero, Santa Lucia, il mio esame di coscienza abbellito dai buoni propositi mi è sembrato una cosetta sciocca, forse anche un po’ meschina. Mi son detta che luciderò le scarpe in silenzio quest’anno e casomai, volevo dirti, se mi fai uno squillo vi vengo incontro all’inizio della mia via: so che ad accender le stelle non imparerò mai, ma magari potrei aiutarvi a distribuirle, almeno nel mio palazzo.
....
Ecco lo sapevo, l’asino dice che sto provando a farmi perdonare le mie manchevolezze e che posso anche piantarla perché quest’anno un calabrone non me lo leva nessuno. Secondo te, Santa Lucia, se gli porto il vin brulè al posto del latte caldo, lo conquisto?
Carta e penna alla mano però le parole che mi son venute incontro sono altre. Forse perchè – alla buonora, dirai tu – finalmente mi sono resa conto che tu il tuo regalo lo porti sempre. No aspetta, non fraintendere, non dico che tanto sei buona e quindi perdoni – sì certo nel mio caso è anche così – ma anche qualora tu davvero avverassi la minaccia e nelle mie scarpette infilassi solo carbone (o un calabrone, come direbbe una bimba – buona – che conosco), bè anche in quel caso tu avresti portato il non plus ultra dei regali. Che è la magia.
E quanto deve essere faticoso, Santa Lucia cara. Anno dopo anno, tener viva la fiamma e portarla in tutte quelle case, che ogni anno sembrano sempre di più, e più alte, con tutte quelle finestre. Mamma mia che stanchezza. E andar d’accordo con l’asino, che, per l’amor del cielo, è un grande aiuto, ma ha le sue manie e poi bisogna continuamente dargli da mangiare. Certo anche per lui non deve essere una passeggiata, tutti questi anni in giro con te, carico come un somaro, proprio nella notte più fredda e più buia dell’anno. Non so quante volte ci avrà provato, a convincerti ad anticipare alla primavera, non so a San Giovanni, quando le notti sono tiepide e chiare. Ma tu no, ostinata. Dici che è proprio quando le notti sono nere e fredde da far gocciolare il naso, che i bambini hanno bisogno di magia. E l’asino alza gli occhi al cielo. Poi dici che a San Giovanni son capaci tutti, bastano quattro lucciole e la magia è fatta, ma quando l’inverno ci prende come una paura quelle sciocchine son sparite tutte, e bisogna ben che qualcuno vada di casa in casa ad accendere le stelle. Allora lui, punto sull’orgoglio, si carica i sacchi sulla groppa ed è pronto per partire.
E dopo aver fatto questo pensiero, Santa Lucia, il mio esame di coscienza abbellito dai buoni propositi mi è sembrato una cosetta sciocca, forse anche un po’ meschina. Mi son detta che luciderò le scarpe in silenzio quest’anno e casomai, volevo dirti, se mi fai uno squillo vi vengo incontro all’inizio della mia via: so che ad accender le stelle non imparerò mai, ma magari potrei aiutarvi a distribuirle, almeno nel mio palazzo.
....
Ecco lo sapevo, l’asino dice che sto provando a farmi perdonare le mie manchevolezze e che posso anche piantarla perché quest’anno un calabrone non me lo leva nessuno. Secondo te, Santa Lucia, se gli porto il vin brulè al posto del latte caldo, lo conquisto?
domenica 9 dicembre 2012
Oltre lo specchio
‘Potrebbe mentire’, dici.
Certo, è probabile.
Certo, è probabile.
Le persone mentono, tutti
mentiamo, continuamente. E nelle bugie
che scegliamo di dire sveliamo chi siamo: non riveliamo certo noi stessi rispecchiando la
realtà.
domenica 2 dicembre 2012
Liliana e il compleanno
Era una che dava i nomi alle piante. Il che la dice
lunga, ma comunque. Comunque questa in particolare si chiamava Liliana ed era
giunta a casa sua, sotto l'ombrello del fiorista claudicante, per festeggiare
il suo compleanno. Era un'orchidea, bianca e spumeggiante, carica di fiori. Una
di quelle orchidee che non mettono soggezione, che sfumano la bellezza in un
aura smemorata e rarefatta che si fa subito amare.
Forse anche per questo, la prima cosa che disse quando l'ebbe in mano non fu 'dove posso metterla, perchè tutti la vedano', o 'perchè abbellisca questa casa', quello che disse, invece, fu: 'dove posso metterla, perchè abbia tanta luce'. E ci fu qualcuno, quando lo disse, che si augurò che Liliana vivesse a lungo, e a lungo le ricordasse che cercare la luce é un istinto, un istinto buono. A qualsiasi età.
Forse anche per questo, la prima cosa che disse quando l'ebbe in mano non fu 'dove posso metterla, perchè tutti la vedano', o 'perchè abbellisca questa casa', quello che disse, invece, fu: 'dove posso metterla, perchè abbia tanta luce'. E ci fu qualcuno, quando lo disse, che si augurò che Liliana vivesse a lungo, e a lungo le ricordasse che cercare la luce é un istinto, un istinto buono. A qualsiasi età.
lunedì 26 novembre 2012
Quando
‘Quando c’è stato il sorteggio dei super-poteri e io ho
pescato la Felicità ho pensato: bah, almeno è facile. Ma non avevo capito
proprio niente.’
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