sabato 17 maggio 2008

Capitolodue

Il capitolo due è rotondo come una tavola apparecchiata e ha il profumo di pomodoro e basilico della cena dei cugini.


Nel capitolo due Lei indossa i jeans che le stanno bene e i capelli mossi della domenica. Ha detto le parole dell’accoglienza e poco più, perché la lezione delle Dolomiti è ancora vivida e presente ai suoi sensi come un regalo appena scartato. Con pochi cenni è riuscita a tirare i fili della piacevolezza della cena: non è stato difficile, perché i cugini hanno la facilità di stare insieme che è il ponte del dna sul trascorrere dei mesi e delle vite.


 


Nel capitolo due lei si guarda dalla finestra del salotto mentre appoggia davanti ad ognuno di loro una fetta di torta e si chiede quand’è che lei e i suoi cugini hanno smesso di essere un treno di auto nuove scintillanti appena scaricate sulle strade e hanno cominciato ad accumulare segni sulla carrozzeria. Piccole cicatrici più o meno visibili ad occhio nudo. Macchioline di ruggine in certe congiunzioni. Un mazzo di fiori da andare a posare davanti a una foto ed un dolore di cui non parliamo ma a cui diamo ogni sera la buonanotte.


“Quand’è che il mondo ha iniziato a caderci dalle mani e a collezionare ammaccature?”


E’ questa la domanda silenziosa che dà il ritmo al capitolo due e alle mani di Lei che svolazzano piano distribuendo i cucchiaini.

martedì 13 maggio 2008

In effetti...

... non siamo abbastanza intelligenti per capire cosa sia l'intelligenza.


Hans Magnus Enzensberger

martedì 6 maggio 2008

Senza titolo 0

 Agnees mi ha "gentilmente" (ehm) coinvolto in una blog-catena.


Queste le regole:


-indicare il blog che vi ha nominato e linkarlo
-inserire le regole (queste) di svolgimento
-scrivere sei cose che vi piace fare
-nominare altri sei per proseguire la catena
-lasciare un commento sul blog dei sei prescelti amici nominati.


Ed ora sei cose. Chissà perchè sei, vabbè. Le ho fatte tutte domenica entro l'ora di pranzo: il caffè espresso con la schiuma, guardare il moto gp con chi mi sa far appassionare, nuotare, crogiolarmi al sole intanto che il vento tiene a bada le nubi e mi fa asciugare i capelli modello strega, scoprire un paese di case di sasso e colline e fiori appena fuori dall'abituale portata del mio naso, ritrovare un'amica di quando ero bambina e accorgermi guardando lei che guarda me che neppure io sono cambiata poi tanto.


La catena la fermo qui perchè siamo già al punto che rischierei un inestricabile groviglio e così approfitto anche per mantenere un'aura di rispettabilità. Insomma!



venerdì 25 aprile 2008

Gli anniversari e la relatività

Due anni fa quando sono stata investita ho pensato che sfortuna. Poi quando mi sono resa conto che avrei potuto perdere la vita e forse non solo la mia, ho pensato che fortuna. Poi quando ho capito che non sarei più tornata come prima ho pensato che sfortuna. Poi quando mi hanno detto che avrei potuto camminare con le mie gambe ho pensato che fortuna. Poi quando ho scoperto che non avrei più corso ho pensato che sfortuna. Forse domani la gamba non mi farà male e penserò che fortuna.


 


Ieri guardavo le mie foto sugli sci di due anni fa e pensavo “sono già passati due anni, mi sembra ieri”, poi sono andata a fisioterapia e mentre programmavo la macchina con i soliti gesti pensavo “sono passati solo due anni, non mi ricordo più cosa facevo prima di venire qua”.


 


Penso che poche cose come gli anniversari ci facciano toccare con mano la relatività delle nostre valutazioni. Il tempo, la sorte… ci costruiamo i nostri piccoli ridicoli parametri per illuderci di poter capire, incasellare gli eventi, ma non capiamo mai nulla. Nulla.

domenica 20 aprile 2008

E' stato solo un sogno

"E' vero? O sta succedendo nella mia testa?"


"Certo che sta succedendo nella tua testa, Harry. Ma perchè diavolo dovrebbe voler dire che non è vero?"


(J.K.Rowling)


Per questa ragione trovo che  "è stato SOLO un sogno" sia un'affermazione oltremodo sciocca.



p.s. a proposito di sogni: così racconta una donna che scrive, e dunque potrebbe essere pericolosa.....

sabato 12 aprile 2008

Piccola metafisica del vestito buono

Perché teniamo in serbo le cose?


Una bottiglia di vino, l’ultimo libro di Virginia Woolf, un quaderno nuovo, una frase ad effetto, le lenzuola ricamate, una scatola di cioccolatini, un paio di scarpe da ginnastica….


Non credo lo facciamo per non farci trovare, un domani, impreparati: credo piuttosto che sia per dire a noi stessi che quel momento verrà. Ciò che mettiamo in serbo diventa un talismano. Ma alla fine non accade quasi mai che quel momento arrivi davvero. Anche perché magari quando arriva noi non siamo più gli stessi che hanno riposto la bottiglia di vino, oppure i cioccolatini hanno perso la loro fragranza e la frase ad effetto tutto il suo mordente. Quindi il momento quando arriva, se arriva, ha poco o nulla del momento immaginato e magari le lenzuola ricamate non le tiriamo neppure fuori dall’armadio. Lo sappiamo benissimo fin dall’inzio, eppure le mettiamo da parte, col loro bel sacchettino di lavanda infilato nelle pieghe.


Perché?


Forse perché non è importante cosa accadrà poi realmente un domani, ma è importante che quel talismano faccia la sua parte di piccolo pezzo di futuro incastonato nel presente per consentirci di credere che le cose che facciamo, e la fatica che ci costano, non sono solo casualità incontrollate.  

lunedì 31 marzo 2008

Capitolouno

Il capitolo uno è bianco come una distesa di neve primaverile che si insinua fra i pini e sale verso le rocce rosa delle Dolomiti.


Il capitolo uno è silenzioso come certe bocche che sono state prima aperte e poi chiuse, poichè hanno imparato a incartare i pensieri come fossero regali. E così come le montagne non fanno del loro regalo un chiacchiericcio di sottofondo, né vengono a bussare alla porta di Maometto per scaraventarglielo sul tappeto del salotto, così Lei in quel capitolo uno vuole rimanere in silenzio per fare del suo pensiero un regalo per chi casomai si mettesse in ascolto.


La troviamo quindi, nel capitolo uno, coi pantaloni larghi e una giacca a vento bianca che scende ai lati del bosco come se stesse imparando a camminare, appoggiando i piedi nelle orme più grandi, che qualcuno ha lasciato perché potesse godere della primavera e della neve senza farsi troppo male. Tutto nel suo viso rivela il gran desiderio di chiedere alle Dolomiti una lezione di stile.

sabato 22 marzo 2008

:-)

"La parola è femmina, lo scritto è maschio"


pappagalli


(Sylvain Maréchal - Progetto di legge per vietare alle donne di imparare a leggere - 1801)





 

sabato 15 marzo 2008

Come onda

Beveva il caffè, con una gamba distesa e l’altra rannicchiata sulla seggiola come a voler conservare ancora per qualche minuto la posizione fetale del sonno, come se fosse necessario svegliarsi una gamba alla volta, un pensiero alla volta come le e-mail che scendono ad una ad una sullo schermo, mentre la clessidra gira su sé stessa sbadigliando.


Già mentre beveva il caffè lei sapeva che in fondo a quella giornata c’era un applauso che l’aspettava; quello che proprio non sapeva era come avrebbe fatto ad arrivare fin là.


Le sarebbe piaciuto percorrere quella giornata come aveva percorso quei cinquanta metri sotto la superficie dell’acqua, la scorsa domenica. Con la pancia che sfiorava le mattonelle, le braccia morbide lungo i fianchi, le gambe a distendersi in una piccola spinta e tutto il corpo a seguirne il movimento. Fluido, lento, continuo. Tenere il fiato dentro di sé senza costringerlo. Attraversare l’acqua senza romperla. Armonia, silenzio, forza. Fino ad appoggiare il palmo aperto sulla parete. Applauso.

giovedì 13 marzo 2008

Per questo

jogging


"Non sapevano che era impossibile. Per questo l'hanno fatto" (M.Twain)


Ad onor del vero, parecchi avevano tentato di dirglielo, ma lei non aveva potuto crederlo.


 


giovedì 6 marzo 2008

Zia Maestra

Sono certa che se glielo avessero detto che il suo tempo fra noi sarebbe finito così, lo avrebbe accettato con la sua intelligente ironica rassegnazione. Ed io porto con me, nel proseguire dei miei giorni, quest'altra lezione, che mastico insieme al boccone amaro della sempre tardiva consapevolezza di aver troppo ricevuto e troppo poco dato.

sabato 1 marzo 2008

Leichiè?

“Lei chi è?” era quello che stava scritto in tutti gli sguardi che si voltarono verso la porta quando lei entrò nella sala riunioni. A volo radente passò in rassegna coppie di occhiali senza montatura, di eyeliner rigorosi, di tempie irrimediabilmente scoperte mentre si chiedeva quale sarebbe stata davvero la risposta giusta. Sorrise disse il suo nome e porse i biglietti da visita. Oltre a ribadire il suo nome e la sua professione, i suoi biglietti da visita dicevano che era una persona di gusti semplici ma eleganti e che aveva acquistato i suoi biglietti nel miglior negozio della città, quindi ci teneva a fare bella impressione. Certo, ma chi di sé stesso direbbe di avere un gusto pacchiano? Riguardo al fare bella impressione a denunciarla sarebbe bastato quello stupido sorriso con cui salutava chiunque. A volte pensava che se qualcuno le avesse dato un pugno in faccia abbastanza forte da farle cadere un incisivo almeno l’avrebbe piantata di sorridere in quel modo. Sarebbe stata l’unica maniera.  Dunque coi biglietti da visita non aveva risolto un bel niente. Infatti la domanda era ancora nell’aria.


....


Lei era quello che tutte le persone intorno al tavolo prima o poi erano o sarebbero state. Non abbastanza giovane da definirsi una brillante promessa, non abbastanza vecchia da definirsi una professionista esperta ed affermata. Non così bella da far voltare nessuna testa, non così brutta da far passare in secondo piano il suo essere femmina.


Le capitava molto spesso che la scambiassero per qualcun altro. Il suo primo capo le aveva detto che il motivo era che lei era prototipica. Prototipica di quale categoria? Aveva chiesto lei. Ma non aveva mai ricevuto altra risposta che un sorriso esattamente a metà fra l’ammiccante e il paterno. Lo stesso sorriso con cui tempo dopo altri le avevano detto “fa piacere averti intorno” mentre lei faceva bella mostra della sua precisione, del suo spirito di iniziativa e della sua rapidità nell’imparare.


.....


C’era una vetrata alle spalle dell’uomo con pochi capelli e la cravatta blu e oltre la vetrata si intravedeva il profilo delle montagne, lontane lontane ma nitide, proprio come lei aveva sempre visto quello che un giorno avrebbe voluto diventare. In quel momento decise che quel giorno avrebbe guardato dentro ad un binocolo e, camminando intorno al tavolo - e a quella domanda ancora sospesa-  ebbe cura di mettere la punta della sua francesina testa di moro sul quell’accidente di prototipo e promise a sé stessa che avrebbe provato ad essere quello che avrebbe voluto diventare.


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(con un grazie a Biz che mi ha dato il la ...)