Un viaggio in Sudafrica varrebbe la pena foss’anche solo per vedere le foglie verdi, grasse e felici delle piante.
E per chi, come noi, è mosso al viaggio in primo luogo dalla voglia di andar per mare, anzi nel mare, il viaggio a Umkomaas varrebbe la pena foss’anche solo per l’ingresso nell’Oceano con il gommone.
Si sale a bordo nell’ultima ansa placida del fiume, in una strana quiete mattutina, assonnata e solitamente nuvolosa.
Si allacciano i giubbotti, si infilano i piedi nelle strep e si afferrano saldamente le cime, mentre Carl scruta il cielo e fa borbottare i motori.
Poi si parte con uno scatto imperioso, per fermarsi dopo pochi metri sotto gli archi del ponte che precede l’incontro con le acque burrascose dell’Oceano Indiano.
Carl tiene a freno i motori e osserva le onde che rimescolano le acque in un ribollire di schiuma asimmetrico e assolutamente imprevedibile. Come certe chiome al risveglio.
Carl porta avanti e indietro il gommone con noi attaccati sopra silenziosi, del tutto ignari dei segni che lui va cercando.
Ad un tratto decide: il motore strappa, le cime si tendono, i sederi si alzano e stiamo galoppando sballottati ma intrepidi, coi capelli che volano fra la salsedine e la schiuma e il vento e il gommone impenna e ricade, risale l’onda al limite e poi giù, col cuore in gola e l’acqua sotto ha chiazze di cioccolato e chiazze grigie e chiazze verde foresta.
Finchè non si scorge, oltre le creste più alte, una linea netta, che se quel mare l’avesse colorato un bimbo gli avremmo detto “ma sfumala un po’, ti pare?”.
Oltre quella linea c’è l’Oceano, in cui l’acqua color cioccolato del fiume Umkomaas si arrende e si adagia.
Ecco ci siamo. Possiamo togliere i giubbotti di salvataggio e prepararci all’immersione, e sopra il cielo dà cenni di schiarite.