Certe volte sono gli alberi che corrono, ai lati dei finestrini. E noi, fermi, li salutiamo con la mano. Imperterriti.
lunedì 21 ottobre 2013
domenica 13 ottobre 2013
Mezzanotte e un quarto
Smemo!
...
Smemo!!
Eccomi cara.
Santo cielo, Smemorina, mi hai fatto di nuovo le scarpe di cristallo...ma dove hai la testa?!
Oh, sono deliziose. Con quel piedino adorabile ti stanno un incanto.
Deliziose, certo. Proprio perfette per salire e scendere dal FrecciaBianca. E non parliamo di andarci in bici.
Bici? È perché mai dovresti andare in bici? Hai sbocciato ancora la zucca? Santo cielo, Cindarella...
Ecco appunto, dovresti vedermi, a parcheggiare quell'arnese. Una citycar no eh?!
Cocca mia, lo sai che non è questo il punto. Se tu non andassi sempre così di corsa, se facessi una cosa alla volta. Adesso per esempio, ascoltami, invece di pasticciare con quel telefonino.
Si dice smartphone, Smemorina. Massi ti ascolto, cosa mi volevi dire?
Eh, chi lo sa? Ormai è andato. Sto proprio perdendo la memoria
Sto...
Ma cocca, tu invece hai perso una scarpa!
Lo credo bene, tu dimmi come si può fare una fuga decente con questi affari di cristallo ai piedi. Perché vedi, quando la mezzanotte arriva - e arriva, credi a me, certe volte arriva in un lampo- ai piedi bisognerebbe avere le ali.
Ih ih, brava cara, anche questa volta ce l'hai fatta, in un modo o nell'altro.
In un modo o nell'altro non è la stessa cosa. Questo modo e' di Pollicino. Io mi son stufata di farmi trovare. E di tornare sempre a casa coi piedi neri e le vesciche. Guarda Smemo, ti ho portato il catalogo della Nike, vedi di farci un pensiero eh!?
domenica 6 ottobre 2013
Ok, proviamo
Ok proviamo. Come se fosse lo spezzone di un film. Come se
qualcuno, casualmente, avesse ripreso la scena.
Una piazzetta quadrata, con le panchine verdi e le aiuole e
il suo bel platano al centro. Io seduta con il mio libro sulle ginocchia e un’ora
d’attesa tutta per me. La gamba dolorante allungata sulla fedele stampella
rossa.
Suona la campanella e dalla scuola elementare sciamano fuori i bambini vocianti. Corrono fra le panchine e il platano e le aiuole, schiamazzando e giocando come tutti i bambini del mondo e della storia al suono della campanella. Non alzo la testa: il mio libro è troppo bello e il dolore troppo denso per lasciar spazio al minimo interesse per i dintorni della mia bolla. Percepisco visi e voci ai margini del mio campo percettivo, li registro in automatico, la testa immobile e gli occhi rivolti alle pagine.
C’è la biondina con l’apparecchio e la gonna coi volants, c’è la magrebina un po’ timida coi capelli folti e gli occhi bellissimi, c’è il ciccione che urla e fa il gradasso e la mora con la frangia che corre più veloce di tutti, c’è anche quello alto alto che cerca di organizzare il gioco ma nessuno se lo fila e naturalmente c’è quello col ciuffo sugli occhi che ce la mette tutta per far capire che non gli interessa affatto di giocare e armeggia con gli auricolari. E via di seguito tutti gli altri.
Dopo un po' arriva anche il piccoletto con la bici nuova, che sgomma e impenna e inchioda perché deve far vedere che ha la mountain bike e ovviamente ad un certo punto arriva a un pelo dalla mia gamba stesa. Resto con gli occhi fermi sulla riga. Ma stà attento, non vedi? A quel punto alzo la testa, lentamente.
E’ il più normale dei bambini normali, che ha parlato. Maglietta benetton verde pistacchio e due belle guance da pastasciutta. Grazie. Lo dico guardandolo negli occhi, senza emettere suoni, muovendo solo le labbra. Il ciclista si è allontanato con uno sbuffo di ghiaia. Lui resta fermo, con gli occhi fissi nei miei, mentre le guance da pastasciutta lentamente si imporporano. Non distoglie lo sguardo, e neppure io. Ci guardiamo, e lui arrossisce e resta fermo in mezzo al gioco, come colto da un pensiero, o da un incanto. Finchè mi sembra di vedere lui che rivede la scena, in bianco e nero, fra molti anni. Una signora misteriosa, straniera, remota e immobile come una statua, aveva detto grazie a lui, solo a lui, che aveva fatto qualcosa per rendere il mondo un po’ più sicuro, un po’ più pulito.
Si riscuote al richiamo della madre. Dai, andiamo, che ci sono i nonni a pranzo. Mi assicuro di aver ripreso la lettura, quando si volterà indietro, solo un'attimo, infilando la cartella, all'altezza del platano.
Suona la campanella e dalla scuola elementare sciamano fuori i bambini vocianti. Corrono fra le panchine e il platano e le aiuole, schiamazzando e giocando come tutti i bambini del mondo e della storia al suono della campanella. Non alzo la testa: il mio libro è troppo bello e il dolore troppo denso per lasciar spazio al minimo interesse per i dintorni della mia bolla. Percepisco visi e voci ai margini del mio campo percettivo, li registro in automatico, la testa immobile e gli occhi rivolti alle pagine.
C’è la biondina con l’apparecchio e la gonna coi volants, c’è la magrebina un po’ timida coi capelli folti e gli occhi bellissimi, c’è il ciccione che urla e fa il gradasso e la mora con la frangia che corre più veloce di tutti, c’è anche quello alto alto che cerca di organizzare il gioco ma nessuno se lo fila e naturalmente c’è quello col ciuffo sugli occhi che ce la mette tutta per far capire che non gli interessa affatto di giocare e armeggia con gli auricolari. E via di seguito tutti gli altri.
Dopo un po' arriva anche il piccoletto con la bici nuova, che sgomma e impenna e inchioda perché deve far vedere che ha la mountain bike e ovviamente ad un certo punto arriva a un pelo dalla mia gamba stesa. Resto con gli occhi fermi sulla riga. Ma stà attento, non vedi? A quel punto alzo la testa, lentamente.
E’ il più normale dei bambini normali, che ha parlato. Maglietta benetton verde pistacchio e due belle guance da pastasciutta. Grazie. Lo dico guardandolo negli occhi, senza emettere suoni, muovendo solo le labbra. Il ciclista si è allontanato con uno sbuffo di ghiaia. Lui resta fermo, con gli occhi fissi nei miei, mentre le guance da pastasciutta lentamente si imporporano. Non distoglie lo sguardo, e neppure io. Ci guardiamo, e lui arrossisce e resta fermo in mezzo al gioco, come colto da un pensiero, o da un incanto. Finchè mi sembra di vedere lui che rivede la scena, in bianco e nero, fra molti anni. Una signora misteriosa, straniera, remota e immobile come una statua, aveva detto grazie a lui, solo a lui, che aveva fatto qualcosa per rendere il mondo un po’ più sicuro, un po’ più pulito.
Si riscuote al richiamo della madre. Dai, andiamo, che ci sono i nonni a pranzo. Mi assicuro di aver ripreso la lettura, quando si volterà indietro, solo un'attimo, infilando la cartella, all'altezza del platano.
giovedì 26 settembre 2013
I cani e i lupi
I libri, come i ristoranti, le borse e probabilmente le persone, si scelgono per certi particolari. Particolari che si incastrano giusti giusti nei nostri ingranaggi segreti e fanno partire il meccanismo della giustificazione razionale.
Io, questo libro, l'ho scelto per questo particolare: 'Fin da piccola Ada accompagnava spesso nei suoi giri il padre, un tipo mingherlino dagli occhi tristi, che le voleva bene e che trovava conforto nel tenerle la mano'. E accorgendomene mi é sorta una gran gratitudine per quella professoressa che ha sottratto un po' di tempo allo studio delle regole per dedicarlo ad allenare il nostro orecchio. Forse sapeva, che avremmo scelto per certi particolari.
mercoledì 18 settembre 2013
If Winter Comes*
A pensarci ha dell'incredibile che ci siano persone che
vivono senza le stagioni. Senza il cambio degli armadi e la voglia di lana che
ti invade alle prime luci d'oro di settembre, senza i piedi bianchi che si
rannicchiano nelle ballerine, vogliosi di sole, allo spuntare di maggio.
Chissa
com'è aver sempre piu o meno la stessa luce all'ora di cena e lo stesso peso
sulle membra quando si va a dormire. Chissà se manca a loro il virare dei
desideri del palato, che segue l'inclinazione dei raggi del sole e mi fa
entrare in letargo la voglia di granita, per risvegliarla poi, puntualmente,
insieme ai tulipani.
Chissà se manca a loro anche la metafora delle
stagioni, con la sua scontatezza rassicurante, e il pensiero consolatorio che
se soffia forte il vento dell'inverno la primavera non può essere
lontana.
(* 'If Winter comes, can Spring be far behind?' Percy Bysshe Shelly, Ode al Vento occidentale, 1819)
martedì 10 settembre 2013
Senza volere, mentre ti allontani
Davanti a certi tavolini, davanti a certe stazioni, davanti
a certi bicchieri di una cosa qualunque, e a certi occhi che hai conosciuto,
tanto tempo fa, certi occhi che tanto lo sai che non rivedrai, anche se dici
rivediamoci presto, ma, soprattutto, quello che sai, è che non importa a nessuno
se li rivedrai. E’ davanti a questi tavolini, a queste stazioni, a questi
bicchieri, che puoi raccontare dieci anni in venti minuti e farlo per davvero. Talmente
per davvero che mentre ti allontani, verso il tuo treno, ti rendi conto che fra
i saluti e i due baci sulle guance hai detto ‘è stato bello ritrovarsi’ e senza
volere è stato lì che hai detto tutto.
venerdì 30 agosto 2013
Le mie Odle
Ci sono luoghi talmente affollati di ricordi che pensi non ci
sia posto per altro. Menochemai per questo passo greve, per questa fatica contratta,
impaziente, graffiata.
E gli scarponi sono lì, zitti.
E tu fai finta di non guardarli.
Ma lo zaino lo riempi, e pure la borraccia. E il Sella ti
stende davanti un cielo che sfido chiunque.
Allora tu prendi tutte quelle mani,
quelle che ti afferrano lo zaino senza sentire ragioni, quelle che ti mettono
in mano il biglietto dell’ovovia, quelle che sono già pronte a massaggiarti
prima ancora che tu ti metta in cammino e poi quelle che ti accarezzano la
testa dalle nuvole e quelle minuscole che ti fanno un mezzo ciao ammiccante e appiccicaticcio
dietro la balaustra di un passeggino e quelle che hanno disegnato case mucche
ed elicotteri proprio per te. E anche quelle che ti hanno piegato a forza
quello che di piegarsi non voleva saperne, sì. E quelle che sbucano da ogni
panchina di questa valle, con te coi codini che stampi baci sulle gote, ovvio. Ok,
prendi tutte queste mani a mucchio e le lanci verso il cielo. E vai.
Non resta che lasciarsi alle spalle la folla dei gitanti all’arrivo
della cabinovia sfoderando quello sguardo che avevi conservato nel cassetto per
chissaquale nostalgia. Che poi non c’è da andarne fieri, lo sai, arrogante che
non sei altro, ma è più forte di te. Quel modo di farsi largo un po’ sprezzante
di chi pensa che se la salita non la senti nelle gambe il panorama non sa di
niente. Come il quadretto di cioccolato se non hai sudato, peraltro.
E poi arrivi sotto l’ala delle Odle, insieme allo stormo dei
gracchi. E hai sudato abbastanza per scartare il cioccolato. E quando gli occhi
si riempiono di quello che vedi da lì, con la salita nelle gambe, allora capisci che c’è ancora posto, c’è
posto per questo e per altro. Quindi, quando Lui ti chiede, dolcemente, vuoi
una foto, tu rispondi sì. E non c’è nessun bisogno che Lui ti dica sorridi.
domenica 25 agosto 2013
San Giacomo, Valle Aurina
Non lo sapevo, che un tramonto potesse essere color smeraldo. Nè che si potesse attraversarlo, su un crinale stretto che sale verso la chiesa più piccola del mondo, con intorno il suo cimitero coi fiori e il cancello di ferro battuto e lo scampanio placido delle mucche.
Non lo sapevo, ma attraversare fianco a fianco un tramonto color smeraldo, dritti verso un'unica piccola stella appena accesa, certe volte, é come guadare un grande fiume. Uno di quelli per i quali pensavi fosse necessario il traghetto, uno di quelli per i quali il traghetto non arrivava mai.
lunedì 5 agosto 2013
Delle Brame, Specchio
Specchio specchio delle mie brame, chi è la più bella del
reame?
Dunque, intanto dobbiamo intenderci sul il concetto di
bellezza, che, come sappiamo, è relativo.
No, ti prego, non cominciamo con le risposte da
consulente.
Sul serio, Matrigna, questa bellezza mi pare che la
soppravvalutiate un po': non sarebbe ora di pensare a cose più serie, in questo
vostro bel reame?
Specchio, falla finita che se cosi non fosse tu neanche
saresti stato pensato, altro che star nella bambagia in questo po' po' di
cornice, sempre tirato a lucido e pure
guai a romperti...
Ecco appunto, stai calmina che se ti parte lo scettro in
men che non si dica ti becchi pure sette anni di sfortuna. Nera.
In che senso 'pure'?
No va bè niente. Dicevo così, visto che quella là fa
girar la testa ai sette nani, a Pollicino e ai suoi fratelli e pure il
cacciatore pare che per star dietro al suo faccino pallido si sia scordato la
nonna nella pancia del lupo... ecco a mio modesto parere hai già abbastanza
gatte da pelare...
Ma cosa ne vuoi sapere tu, che rifletti solo quello che
hai a un palmo dal naso?!
Eh, riflettere. Sarebbe mica ora che cominciassi a
riflettere un po' anche tu?!
Ma si può sapere cosa ti é preso? Sei stato ancora a cena
dal grillo parlante? No zitto, non voglio saper niente che poi ricominci a
tergiversare. Dai concentrati, sono o no la più bella del reame?
Ancora con sta bellezza?!! Non va di moda quest'anno! Non
li leggi i giornali? Quant'è che non vai dal parrucchiere?
No va bè é che una tipa con una scarpa sola mi ha
consigliato una certa Smemorina che ti fa la piega senza neanche il phon, che
sai, secca i capelli in un modo...
Ah questo sì che é un bel problema.
Oh ma la vogliamo finire con tutto questo sarcasmo
gratuito?
Ti piacerebbe! Al giorno d'oggi di gratuito non c'è più
niente. Nessuno da niente per niente. Neanche una misera mezza stagione.
Tu sragioni. Avrai mica fatto indigestione di quelle
belle mele rosse...
Ma quali? Quelle che levano il medico di torno, ma per
davvero?
Ma basta, cosa ti impicci!! Rispondi alla domanda e poi
taci, che mica ti pago per pensare. Allora: sono o no la più bella?
Sai cosa sei, Matrigna? Tanto simpatica...
giovedì 1 agosto 2013
Come quando
Ci sono sogni che non si avverano e fiori che non sbocciano. Ci sono bruchi che, semplicemente, si addormentano.
Sono uscita sul ponte della mia barchetta di carta e c'era solo quel cielo profondo e liscio, cui non ti verrebbe neanche in mente di far domande. Ho detto avanti capitano, che i pennarelli per disegnare il timone non me li hanno dati. Eppure il vento soffia ancora. E spruzza acqua alle navi sulla prora. Come quando ancora credevamo che vissero per sempre felici e contenti fosse un finale scontato. Avanti capitano, che il vento soffia, soffia ancora.
lunedì 22 luglio 2013
La Resa dei Nonni
Ognuno di noi é cresciuto con qualche regola inviolabile.
Ho conosciuto un uomo cui per tutta l'infanzia era stato così severamente
proibito di scendere le scale da solo che a quarant'anni ancora esitava e,
potendo, tendeva a preferire l'ascensore. Ho anche un'amica che anche a se ha
mangiato solo quattro foglie di insalata e la temperatura del mare é di 32
gradi, se non son passate tre ore dalla fine del pasto non si bagna neanche le
caviglie.
Bene, io sono cresciuta con il divieto di mangiare i
dolci tipici di una certa ricorrenza al di fuori di quella ricorrenza. E fin
che si tratta di non mangiare il panettone a ferragosto nessuna fatica. La
fatica ha sempre riguardato, per me, i biscottoni di pastafrolla ricoperti di
glassa che, nella mia città, si mangiano tradizionalmente il giorno dei morti e
il giorno del santo patrono. Rispettivamente prendono il nome - e la forma - di
'scarpette di Sant'Ilario' (la leggenda narra di un calzolaio e di scarpe
donate ad un povero viandante) e di 'ossa da morto' (sorvoliamo sull'aspetto
macabro). Che cosa accomuni il giorno del morti con la festa del patrono,
rendendoli festeggiabili con lo stesso dolce non l'ho mai capito, fatto sta che
ho sempre adorato, nella loro casalinga semplicità, tanto le ossa quanto le
scarpette, che arrivavano in casa nel loro pacchettino, ben decorate di codette
di zucchero multicolore, rigorosamente solo due volte l'anno.
Ad un certo imprecisato punto della mia infanzia -
probabilmente quando il mio naso ha raggiunto la soglia fatidica del bancone
della pasticceria- scoprii che il biscottone faceva la sua comparsa sulla scena
ben più di due volte l'anno. A carnevale, per esempio, si presentava in forma
di mascherina, a Pasqua sotto le mentite spoglie di campanella e via
discorrendo. Certi illuminati pasticceri trovavano praticamente ogni
giorno una forma che ne giustificasse la comparsa. Potete immaginare la mia
scodinzolante golosa felicità. Ma. Ma quando aprii la bocca per manifestare il
mio interesse all'acquisto la risposta fu chiara, irremovibile e
inequivocabile. Si mangiano solo a Sant'Ilario e per i Morti. Ma questi sono
fatti a cuore. Non importa.
Capite? Era la voce della rettitudine che non si
lasciava sviare dalle strategie di biechi pasticceri, pronti ad ogni blasfemia pur di far
tintinnare qualche moneta in più nel loro cassetto. Come avrebbe potuto, questa
voce, non lasciare un segno idelebile in una mente bambina assetata di verità
quale era la mia? E lo lasciò a tal punto che nonostante la gola, tutt'oggi non
mi sognerei mai di trasgredire e aspetto paziente la comparsa delle ossa e
delle scarpette, versione originale e solo per un giorno. Neppure se me le
offrono a casa d'altri riesco a mangiarle.
Ebbene, quella voce cosi retta e chiara, inequivocabile e
irremovibile, proprio quella stessa voce, l'altra sera (mancavano 122 giorni ai
morti e 194 al santo patrono) pronunciò le seguenti parole: vuoi un biscotto?
mentre mi allungava la pasta frolla con glassa e codette, beatamente adagiata
sul suo bel vassoietto dorato, in infingarda forma di innocuo alberello. E
poi, quando l'eco del mio gigantesco e feroce EH?!! accennava a spegnersi, quella voce
aveva proseguito, con serafica indifferenza: 'avevamo le nipotine oggi, so che
a loro piacciono'.
Nessuno, proprio nessuno é immune dalla sindrome dei
nonni.
Io però, non l'ho mangiato. La rettitudine ha bisogno di
custodi.
Quanto ho detto che manca al due novembre?
domenica 14 luglio 2013
Con le mani a coppa
Escono goccia a goccia, le parole. Come da un rubinetto arrugginito, col suo affaticato cigolio.
Vengono da lontano, le parole, stropicciate e pallide.
Non resta che aspettarle, respirando.
Raccoglierle, le mani strette a coppa. Riempire una tazzina, un bicchiere. Quanto basta per poter essere sussurrato. Per poter chiedere in prestito una preghiera.
Vengono da lontano, le parole, stropicciate e pallide.
Non resta che aspettarle, respirando.
Raccoglierle, le mani strette a coppa. Riempire una tazzina, un bicchiere. Quanto basta per poter essere sussurrato. Per poter chiedere in prestito una preghiera.
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