Ero salita sul treno proveniente da Bari irritata per la
lunga attesa sul binario, per il caldo che stupidamente non avevo preventivato,
per la presentazione che non avevo finito quando sarebbe stato il momento di
farlo e per quella telefonata in cui non avevo – come al solito – trovato il
coraggio di dire un semplicissimo no. Avvicinandomi alla carrozza numero 4
sentivo la presentazione da finire che mi bruciava nella borsa e il risultato
del calcolo mentale che avevo appena concluso che mi lampeggiava sulla fronte: dovevo
sbrigarmi se volevo finirla prima di arrivare a Milano. Quindi stavo già
guardando spazientita il signore col marsupio che non trovava il pulsante per
aprire la porta, quando finalmente la porta si era aperta.
Vociare, borse, valigie, sacchetti in ogni dove, odore di
frittata e di frutta di stagione. Presi un respiro profondo e mi tappai mentalmente
il naso nel tentativo di farmi largo verso il mio posto prenotato attraversando
indenne quella sorta di gita scolastica, in cui però l’età media era di circa 78
anni. I miei vicini di posto, devo ammetterlo, mi accolsero con benevolenza,
pronti ad introdurmi nell’allegra comitiva che – a quanto pare – aveva ben
sfruttato il viaggio da Bari per fare amicizia. Fu però loro ampiamente
sufficiente lo sguardo con cui attesi che liberassero il mio sedile da un
fascio di riviste di gossip, due pericolose scatole di polistirolo gorgoglianti
e quattro sospette palline di carta stagnola, per rendersi conto che non avrei
contribuito granchè alla conversazione. Perfino la signora col golfino all’uncinetto
che continuava a ripetere speranzosa ‘fa caldo anche qua, eh’ capì che non
saremmo andate oltre un cenno d’assenso quando vide la rapidità con cui accesi
il netbook, collocai il blackberry sul tavolino e mi rivolsi al finestrino.
Lo sforzo per isolarmi dagli scambi di grappoli di uva,
biscotti, barzellette e aneddoti su ospedali, malattie e vacanze alpitour e
riuscire a finire la presentazione, pur essendo notevole, non mi impedì però di mantenere la
concentrazione per scavalcare la bolgia bofonchiando buongiorno e farmi trovare
pronta alla discesa prima che la masnada si mettesse in moto. Il telefono però
squillò mentre il treno si fermava e io risposi mentre con l’altra mano aprivo
la porta e coi piedi già iniziavo a scendere le scale. La custodia del telefono mi sfuggì e volò, lenta ma
inesorabile, sul binario. Proprio sotto ai gradini della carrozza numero
4. Irraggiungibile per il mio ginocchio zoppo, e probabilmente anche per
il mio tailleur. Rimasi lì un attimo, interdetta, mentre la masnada sfilava fuori dal treno con
borse e pacchetti. Stavo per andarmene aggiungendo questo contrattempo alla
lista della giornataccia quando la scena improvvisamente rallentò.
Mi era arrivato accanto un ragazzino, con i jeans sporchi di
viaggio a metà sedere e un grande zaino sulle spalle. Guardò nella direzione
dei miei occhi e poi cercò lo sguardo dell’uomo che lo accompagnava. Altro
grande zaino, pantaloni da viaggio e gli stessi capelli color miele del
ragazzino. Gli occhi del figlio chiesero, gli occhi del padre assentirono.
Stavo per dire ‘grazie non importa’ ma in una frazione di secondo il ragazzino era
già inginocchiato sul binario e poi mi porgeva la custodia, lo zaino su una
spalla sola e due occhi così trasparenti e puliti che in quel momento la scena
si fermò.
Mi sentii come se quegli occhi avessero preso in mano un gomitolo
nero che stava da qualche parte dentro di me. Sentii una vergogna così profonda
per quel gomitolo nero, ma anche una gratitudine così chiara da non ammettere
sensi di colpa. Sussurrai un grazie che avrebbe voluto aggiungere qualcosa
- ma cosa? - e intanto lui aveva già
ripreso a camminare lungo il binario e mi aveva risposto un prego così
soddisfatto e fiducioso che non poteva lasciarmi dentro che una scia di luce. Come un dito su un vetro appannato. Li seguii per un tratto, verso l’uscita. Il
padre aveva messo una mano sulla spalla del figlio, due zaini sporchi di
ritorno da un’avventura. L’ho immaginato raccontare ad una mamma attenta. L’ho
immaginato dire ‘e poi c’era una signora che non sapeva come fare perché le era
caduta una cosa sul binario’ e una parte non tanto piccola di me avrebbe voluto
non essere quella signora.