domenica 18 novembre 2012

Fino a quel momento


La chiesa era in penombra e i banchi tutti occupati. Il microfono amplificava l’inutilità delle parole e i miei occhi vagavano sulle spalle dei cappotti, qui riuniti in questo giorno. Il tremolio delle candele e l’eco della cupola rendevano plausibile l’idea che la preghiera mormorata qui ed ora compisse il suo lungo viaggio verso il cuore del dolore.
Lo vedevo avvolto in un cappotto troppo largo, il cuore del dolore, protetto da spalle curve e da una testa china, come nel tentativo di dargli un po’ di sollievo dai venti. Lo vedevo e chiedevo per lui coraggio e forza, e speranza e fiducia.
Poi la preghiera mormorata giunse al suo amen e tacque, e i cappotti si scomposero nel segno della croce. Quel cappotto troppo largo si girò verso il fondo della chiesa e verso di me e io di quel dolore vidi il volto. Allora chiesi un’altra cosa, una cosa che fino a quel momento non avevo capito affatto: l’oblio.

lunedì 12 novembre 2012

San Martino

Patate, tante. Farina, quanto basta. Un uovo. Sempre uno.
La ricetta più arbitraria delle tradizioni familiari. Come a ricordarci che ricette non ce ne sono e che per fare buoni gnocchi bisogna essere stati bambini che hanno infilato l'indice e il medio nel cubetto paffuto e lo hanno rotolato allegramente nella farina, mentre mamme, nonne o zie sorvegliavano attente, senza smettere di sagomare serpentelli e ridurli a tocchetti con spietato ritmico batter di coltello. Bisogna aver rubato un gnocco dal tagliere infarinato approfittando lesti di una mescolata al soffritto, per fare buoni gnocchi: non è questione di ricette.
Ma non c'è da preoccuparsi: non è mai troppo tardi per essere quei bambini, per una sera almeno.

lunedì 5 novembre 2012

.....di amarti e onorarti.....


Era da un bel pezzo che mi chiedevo cosa volesse poi dire, in pratica, quell’’onorarti tutti i giorni della mia vita’ che ho sentito pronunciare a decine di spose e di sposi a vari stadi di commozione, estasi o puro panico.
 Me lo chiedevo da bambina, quando tutta la liturgia era circonfusa da un'aura fiabesca in cui ogni parola aveva un significato arcano – tipo quella Rosanna nell’alto dei cieli che per anni mi sono immaginata volteggiare fra le nubi al colmo della serenità, tanto per intenderci.
Me lo chiedevo da adolescente, tra un commento sull’abito e un aggiustatina alla frangia, e poi qualche anno più tardi, quando le spose hanno iniziato ad essere le mie amiche e le volte delle chiese hanno iniziato a risuonare di contrastanti, colorate e sfarfallanti emozioni. 
Me lo chiedevo quando ai matrimoni degli amici ho iniziato ad avere Lui accanto, seduto scomodo nel banco troppo stretto, e stavo attenta attenta a non guardarlo nel momento delle promesse - e naturalmente me lo sono chiesta quando in quello scrigno qualcosa ha iniziato a trasformarsi e quando ho pensato ‘lo voglio’.
 
A quel punto però il grillo parlante che abita poco sopra al mio orecchio destro mi ha intimato di cercare una risposta con maggior convinzione e così ho chiesto in giro. Alle mogli ovviamente.
Qualcuna rispondeva che voleva dire non contraddire il marito in pubblico (ed in quel caso sarebbe stato per me bastevole motivo di rinuncia a tutta quanta la faccenda), altre sostenevano che significava accoglierlo ogni sera sorridente e festosa con una buona cena in forno e tutto il resto (e anche in questa accezione scampanio di allarme e proteste a profusione), ma la maggior parte di loro concordava sul fatto che fosse ampiamente sufficiente come promessa quella della fedeltà nella gioia e nel dolore e via discorrendo e che comunque ‘amarsi’ racchiudeva in sé tutto il resto, dunque non c’era da preoccuparsi. 
A me sembrava che questo nascondesse una pericolosa leggerezza. Stavo per prometterlo anche io, non potevo accontentarmi. Allora rivoltavo la domanda e chiedevo loro quando si sentivano ‘onorate’ dai loro mariti. A quel punto solitamente iniziavano a parlare di ricette o dell’ultimo film visto al cinema.
Fu così che finii per farmene una ragione e promettere, come una scriteriata qualunque,  che avrei onorato un uomo ogni giorno della mia vita senza avere idea di cosa significasse in pratica –avendo però, per sicurezza,  ben chiarito a tu per tu con l’interessato che non gli avrei dato necessariamente ragione né in pubblico né in privato e che non avrei cucinato leccornie ogni sera.  Poi nei mesi e negli anni a venire ho accantonato il problema, cullandomi nella constatazione che Lui non pareva lamentare manchevolezze in questo senso.

Finchè casualmente l’altro giorno non capito sulla Treccani e alla voce Onorare, sign.2  leggo ‘rendere onorato, costituire motivo di onore: un bel morir tutta la vita onora..’ ecc ecc. In un lampo mi torna in mente tutta la mia ricerca vana e resto interdetta. Rileggo. Lentamente. Santo cielo. Vuoi vedere che quell’’onorarti’ che ho promesso non ha niente a che vedere col blandirti o festeggiarti o incensarti ma significa che devo ‘renderti fiero di me’?  Ho promesso di fare in modo che tu possa sentirti onorato dell’essere mio marito, ogni giorno della mia vita. Ogni giorno dovresti sentire una gran voglia di spalancare porte e finestre e dire ‘ehi ragazzi, vi rendete conto che fortuna che ho? Questa è mia moglie!’ Ogni giorno?? Sì. Ok. Mi serve un attimo per riprendermi.  Ma intanto una domanda: com’è che di tutte quelle mogli che ho interpellato ... nessuna che abbia avuto la compiacenza di avvertirmi?!

lunedì 29 ottobre 2012

'nascosto in ogni uomo'

'Io penso che il genio, nascosto in ogni uomo, sia un forellino minuscolo attraverso il quale si vede Dio. Solo che pochi riescono a scoprire in sè questo spiraglio. Gli altri barcollano come gattini ciechi, e non trovano nulla. Se invece il miracolo si compie, allora uno capisce subito: 'ecco perchè sono venuto al mondo!' e poi vive tranquillo e sicuro, senza più cercare conferme. E questo è il genio. Mentre il talento è molto più frequente. E' il caso delle persone che non hanno trovato questa magica finestrella ma ci sono andate vicino e si nutrono del riflesso di quella luce meravigliosa'
(B. Akunin)

lunedì 22 ottobre 2012

Senza Titolo


Era sospesa, come una nube all’alba. La luce sarebbe arrivata, a decretare il colore di questa giornata. Ad addensarla come un gomitolo grigio stretto in un pugno sudato o a disperderla in mille fili di sogni sottili. La luce ancora non era arrivata, del vento neppure il profumo. Come una nube all’alba, tratteneva il respiro.

lunedì 15 ottobre 2012

AAA Word-Sitter cercasi


Non rimane, talvolta, che mandare le parole a giocare in cortile. Forza, andate fuori a giocare, che non è posto per voi qui: lasciateci tranquilli a finir di mangiare. Perché è sicuro che se restano, con una pallonata, una spinta o una corsa finiscono per fare un guaio. E non crediate – io non ci casco più – che solo perché ti dicono tranquilla, son le stoviglie di tutti i giorni, sia proprio vero che poi basti un colpo di paletta per metter tutto in pattumiera e avanti come se niente fosse. Fossero pure i bicchieri di carta, certe volte è meglio mandar le parole a giocare in cortile, perché di sicuro va a finire che se restano rovesciano il vino rosso su qualche vestito nuovo.
Ed è ecco che ci ero riuscita, a mandarle in cortile, ero lì che sorridevo muta e composta e ...bang: il pallone entra dalla finestra dritto sulla tavola.
Devo farmene una ragione, l’unica è lasciarle a casa. Conoscete una word-sitter?

lunedì 8 ottobre 2012

Ho aspettato


Mi hanno fatto spogliare e infilare un camice usa e getta verde sala operatoria, mi hanno fatto togliere l’orologio e gli occhiali e mi hanno detto aspetti qua. La porta si è aperta su uno stanzino di un metro per un metro che conteneva solo una piccola panca e poi si è richiusa. Mi sono seduta, ho allungato i piedi e ho aspettato. Ho aspettato. Nessuna scritta sui muri, nessun passante da osservare. Ho aspettato. Mi sono detta ma quanto ci vuole e poi ho aspettato ancora. Fuori dallo stanzino solo rumori metallici, ronzii di apparecchiature, clangori vari. Ho aspettato e ho avuto freddo. Ho riepilogato le cose da fare e quelle fatte. La lista della spesa. Gli abiti da indossare domani. Ho aspettato. Ho controllato lo stato delle mie unghie. Ho tentato anche di controllare lo stato delle mie doppie punte ma senza occhiali mi rimanevano dei dubbi. Ho aspettato.  Quando l’infermiera è tornata a prendermi per la risonanza magnetica mi sono detta che sì, la deprivazione sensoriale crea mostri. Non appena ho riavuto gli occhiali ho controllato che non mi fosse già spuntato un torvo sguardo folle. 
  

sabato 29 settembre 2012

Il volo di Mattia

Capita, a certi bambini, di fare un viaggio speciale. Arrivano al check in nel giorno stabilito e invece della cicogna d’ordinanza trovano una nonna. Il che è un po’ come quando hai prenotato un viaggio in classe turistica e ti ritrovi con un upgrade in first class. O meglio in una first class super ultra lusso, perché fare il viaggio fra le braccia di una nonna è proprio tutto un altro viaggiare rispetto al fazzoletto appeso al becco di una cicogna. Significa, tanto per dirne una, arrivare sulla terra già ben provvisti di dolcezza e avendo già sentito nelle orecchie molte cose. Cose come lo stormire delle foglie, per esempio, e il rumore del mare e il crepitare di un camino e forse, chissà,  anche il battito ritmico di una palla da tennis ben giocata.

domenica 23 settembre 2012

Ma se

 
Ma se i colori e la luce dorata dell'autunno mi venissero incontro in primavera,
mi farebbero lo stesso effetto?

sabato 15 settembre 2012

FotoGrafia

Il mio riflesso, nel finestrino, sbadiglia. Ho una storia abbandonata sulle ginocchia e ciocche di progetti sfilacciati intorno al viso. Anche la pioggia è cessata. Ha lasciato laghi immoti lungo le strade e foglie grevi. Solo il volant della mia sciarpa estiva risplende chiaro e nitido, vispo. Sembra una mano che saluta, dal finestrino, l'autunno venuto a prenderlo alla stazione.

domenica 9 settembre 2012

C'era una volta


Ero salita sul treno proveniente da Bari irritata per la lunga attesa sul binario, per il caldo che stupidamente non avevo preventivato, per la presentazione che non avevo finito quando sarebbe stato il momento di farlo e per quella telefonata in cui non avevo – come al solito – trovato il coraggio di dire un semplicissimo no. Avvicinandomi alla carrozza numero 4 sentivo la presentazione da finire che mi bruciava nella borsa e il risultato del calcolo mentale che avevo appena concluso che mi lampeggiava sulla fronte: dovevo sbrigarmi se volevo finirla prima di arrivare a Milano. Quindi stavo già guardando spazientita il signore col marsupio che non trovava il pulsante per aprire la porta, quando finalmente la porta si era aperta.

Vociare, borse, valigie, sacchetti in ogni dove, odore di frittata e di frutta di stagione. Presi un respiro profondo e mi tappai mentalmente il naso nel tentativo di farmi largo verso il mio posto prenotato attraversando indenne quella sorta di gita scolastica, in cui però l’età media era di circa 78 anni. I miei vicini di posto, devo ammetterlo, mi accolsero con benevolenza, pronti ad introdurmi nell’allegra comitiva che – a quanto pare – aveva ben sfruttato il viaggio da Bari per fare amicizia. Fu però loro ampiamente sufficiente lo sguardo con cui attesi che liberassero il mio sedile da un fascio di riviste di gossip, due pericolose scatole di polistirolo gorgoglianti e quattro sospette palline di carta stagnola, per rendersi conto che non avrei contribuito granchè alla conversazione. Perfino la signora col golfino all’uncinetto che continuava a ripetere speranzosa ‘fa caldo anche qua, eh’ capì che non saremmo andate oltre un cenno d’assenso quando vide la rapidità con cui accesi il netbook, collocai il blackberry sul tavolino e mi rivolsi al finestrino.
Lo sforzo per isolarmi dagli scambi di grappoli di uva, biscotti, barzellette e aneddoti su ospedali, malattie e vacanze alpitour e riuscire a finire la presentazione, pur essendo notevole,  non mi impedì però di mantenere la concentrazione per scavalcare la bolgia bofonchiando buongiorno e farmi trovare pronta alla discesa prima che la masnada si mettesse in moto. Il telefono però squillò mentre il treno si fermava e io risposi mentre con l’altra mano aprivo la porta e coi piedi già iniziavo a scendere le scale. La custodia del telefono mi sfuggì e volò, lenta ma inesorabile, sul binario. Proprio sotto ai gradini della carrozza numero 4. Irraggiungibile per il mio ginocchio zoppo, e probabilmente anche per il mio tailleur. Rimasi lì un attimo, interdetta, mentre la masnada sfilava fuori dal treno con borse e pacchetti. Stavo per andarmene aggiungendo questo contrattempo alla lista della giornataccia quando la scena improvvisamente rallentò.

Mi era arrivato accanto un ragazzino, con i jeans sporchi di viaggio a metà sedere e un grande zaino sulle spalle. Guardò nella direzione dei miei occhi e poi cercò lo sguardo dell’uomo che lo accompagnava. Altro grande zaino, pantaloni da viaggio e gli stessi capelli color miele del ragazzino. Gli occhi del figlio chiesero, gli occhi del padre assentirono. Stavo per dire ‘grazie non importa’ ma in una frazione di secondo il ragazzino era già inginocchiato sul binario e poi mi porgeva la custodia, lo zaino su una spalla sola e due occhi così trasparenti e puliti che in quel momento la scena si fermò.

Mi sentii come se quegli occhi avessero preso in mano un gomitolo nero che stava da qualche parte dentro di me. Sentii una vergogna così profonda per quel gomitolo nero, ma anche una gratitudine così chiara da non ammettere sensi di colpa. Sussurrai un grazie che avrebbe voluto aggiungere qualcosa -  ma cosa? - e intanto lui aveva già ripreso a camminare lungo il binario e mi aveva risposto un prego così soddisfatto e fiducioso che non poteva lasciarmi dentro che una scia di luce. Come un dito su un vetro appannato.  Li seguii per un tratto, verso l’uscita. Il padre aveva messo una mano sulla spalla del figlio, due zaini sporchi di ritorno da un’avventura. L’ho immaginato raccontare ad una mamma attenta. L’ho immaginato dire ‘e poi c’era una signora che non sapeva come fare perché le era caduta una cosa sul binario’ e una parte non tanto piccola di me avrebbe voluto non essere quella signora.

sabato 1 settembre 2012

Settembre, andiamo!

Si dice che ogni crisi contenga in sé l’opportunità di un rinnovamento. Andrà certamente sprecata, però, questa opportunità, se non cova da qualche parte un progetto, un desiderio, un voler essere.
Sotto la cenere di questa Crisi mi pare nascondersi soprattutto la fantasia proibita di una resa. A tratti compare una tenace volontà di sopravvivenza, ma pare completamente mancare il frugare di quell’unica domanda che a mio avviso potrebbe svegliare nel bruco raggrinzito l’idea della farfalla: cosa vorremmo essere?
Sento solo l'irrequietezza accidiosa e cupa dei bambini che guardano cadere dalla finestra la prima pioggia d’autunno. Settembre, andiamo: è tempo di migrare…..