mercoledì 25 aprile 2012

Sei

Come in un assurdo gioco di prestigio, o nel capitolo centrale del più tradizionale dei fantasy, trovarsi legati e intontiti e scoprire che due gambe potevano diventare una. Ma anche 3 e mezzo. Prima però bisognava aprire la porta. Stare in piedi mentre tutto diventa buio e contare. Se arrivi a dieci e non sei svenuta puoi partire. Basta un poco di zucchero, o la voce più dolce del mondo che conta con te. Un corridoio lunghissimo, ma io non lo sapevo che avevo il cannocchiale al contrario. Forse guardiamo sempre dentro un cannocchiale ma non lo sappiamo, e meno che mai sappiamo se è al dritto o al rovescio. Il tempo per esempio, ecco l'orologio lo guardavo col cannocchiale dalla parte giusta, questo é poco ma sicuro. E la clessidra mi rovesciava sabbia sempre nella stessa giuntura. In bocca anche, qualche volta, ma alla sera poi c'era tutta quell'operazione di lavarsi i denti con il gioco dei due bicchieri e mi sembrava che avessimo quattro braccia e forse infatti é stato da lì che abbiamo cominciato ad averle davvero. E la porta stava sempre là in fondo al corridoio. Uno due tre quattro, buio. Poi cinque, poi sei. Finché sono arrivata a dieci e poi anche davanti alla porta. Il coraggio é un inciampo a volte, a volte una necessità. Altre volte é un ostinato visitatore, torna sempre ma non sai mai quanto si fermerà. Quella volta comparve con un cesto di rose e ostinato ottimismo e io ne approfittai. Ho scoperto, poi, che un ostinato ottimismo può farti arrivare lontano ma non può cancellare l'ombra di paura che da un certo giorno in poi ti accompagna. Ma solo Peter Pan é senza ombra, e non é per caso che sta nell'isola che non c'è. Noi abbiamo un certo numero di ombre ma anche tre gambe e mezzo e la nostra isola c'è.

domenica 15 aprile 2012

Stamattina

Sento il sole, appena oltre le nuvole, come se se ne stesse dietro le tende a guardar fuori cincischiando. Come se si stesse chiedendo: "esco o non esco? .... okey dai vado". E poi uno sbadiglio: "...e se invece tornassi  a letto un altro po'....?''.

La pioggia, intanto, continua sgocciolare sul prato. Come una carezza che si prolunga: sembra che sia finita e invece poi riparte, lenta. E sotto, l'erba, ferma ferma, ne gode.

Perfino io, stamattina, infilerei galosce nelle pozzanghere, e senza occhiali e senza ombrello mi lascerei dissetare un po'.

domenica 8 aprile 2012

Il primo ricordo

Dicono che il nostro primo ricordo sia il momento in cui nasciamo per noi stessi. Fino al nostro primo ricordo siamo esistiti solo nelle parole negli altri, che ci raccontano di noi, di come eravamo e di quello che ci succedeva intorno.  A volte ce lo raccontano talmente bene e ce lo ripetono talmente spesso che ci sembra che quegli eventi facciano davvero parte della nostra memoria. Ma non è così: la traccia della nostra vita che tracciamo con le nostre mani pare che inizi nel momento in cui noi ‘siamo’ nella nostra coscienza.
Il mio primo ricordo è d’inverno, in montagna. Sono in piedi davanti a una grande finestra e appanno i vetri col respiro. Fuori infuria la tormenta. Fischia il vento e turbina la neve. E’ buio. So che alle mie spalle c’è una tavola apparecchiata per quattro. Mi arriva profumo di cibo e sono al caldo, in una casa che non è la mia ma in cui sto bene. Il centro di questo ricordo è la voce della mia nonna, quella voce di quando inventa per noi un gioco fantastico. Quella voce che ti porta via come un bianco cavallo alato, in un cielo di sorprese e di certa felicità. La nonna dice, enfatica:  ‘bambini …. c'è la tormenta!’ e poi ci dà una candela da tenere in mano, perché la zia, che sta tornando a casa, veda la luce dalla finestra ‘e non si perda, in questa tormenta’.  Accanto a me c’è un bimbo, che prende la sua candela. Per un attimo ci guardiamo, gli occhi spalancati alla stessa altezza e nello stesso incanto. Poi torniamo a guardare fuori, fra i fiocchi, con le spalle che si toccano, coi respiri che appannano il vetro.
Oggi quel bimbo è diventato papà, e credo che abbia passato la notte a guardare fisso nella tormenta, con una candela in mano per far luce alla sua bimba in cammino verso casa. Le racconterà di stanotte, della sua nascita nel giorno di Pasqua, come una sorpresa tanto attesa che ha finalmente rotto l’uovo. Finchè questa bimba non avrà il suo primo ricordo e nascerà di nuovo. Ed io, nel dirle benvenuta, le auguro con tutto il cuore che il suo primo ricordo sia dolce e magico come il mio.

domenica 1 aprile 2012

Brevemente

Leggo i giornali, twitter, qualche blog.  Ascolto la radio e la tv,  le chiacchiere del persone sul treno, alla cassa del supermercato, durante qualche cena fra amici. Si parla del governo e delle misure e della crisi.
Mi capita continuamente  di ripensare a quando, durante la riabilitazione del ginocchio, imploravo singhiozzante il mio fisioterapista di smetterla, di togliere le mani dalla mia gamba, e poi, nella pause fra una manipolazione e l’altra,  fra le lacrime gli dicevo ‘tu non ascoltarmi, fai quello che devi fare’.
Chissà come mai.

lunedì 26 marzo 2012

Salutando Antonio Tabucchi

'Finestre: ecco ciò di cui abbiamo bisogno, mi disse una volta un vecchio saggio in un paese lontano, la vastità del reale è incomprensibile, per capirlo bisogna rinchiuderlo in un rettangolo. '
(A.Tabucchi, Si sta facendo sempre più tardi)


lunedì 19 marzo 2012

Dedicato a chi accetta le sfide - 3

Ha un nome  difficile da pronunciare, che inizia appuntito e tintinnante e finisce con un’onda melodiosa. Fa pensare al modo in cui i suoi capelli ricci e irti sembrano aver radice in un paio di occhi molto grandi, molto neri e molto dolci. Indossa un paio di giovani jeans che fasciano le giovani gambe snelle ed una giacca dal tono professionale che le calza a pennello.

Arriva al colloquio in anticipo e decisa a piacere, senza clamore. Snocciola la sua storia come se volesse scrollarsela di dosso. Come se volesse avvertirmi che è disposta a raccontarmela ma non ha nessuna intenzione di barattarla con la mia benevolenza.

E’ nata a Casablanca ed è arrivata in Italia a 4 anni, con una mamma analfabeta e velata e un papà che ‘ha presente lo stereotipo del commerciante marocchino? Ecco uguale: dal kebab alle auto usate passando per le magliette e il banco da ambulante’. E sulla sua fronte compare per un attimo la scritta ‘e io gli voglio bene, maledizione’ ma è solo un attimo, poi scompare. Andiamo avanti. Ho studiato anche se i miei genitori non volevano. Sì certo che l’università me la sono pagata. Mi sono pagata anche l’affitto, ovvio. E se è per quello ho pagato anche per mettermi i jeans e per non sposare a 18 anni il figlio del fratello del cognato, ma c’è altro di me da sapere.

La tesi in Giappone, per esempio, perché avevo bisogno di capire cosa voleva dire essere me senza essere né una donna araba in occidente, né una studentessa occidentale in una casa marocchina. Volevo imparare una lingua che fosse straniera per tutti quelli che conoscevo. Oppure quell’estate che ho venduto porta a porta in Andalusia perché mi sembrava che il mio spagnolo non fosse ancora abbastanza buono e ho fatto amicizia con tutte le vecchiette del paese. Ma ha anche venduto qualcosa?  Mi guarda un po’ strana:  bè certo, se no perché mi avrebbero tenuta?  Già. E poi la tesi del master in Libano, perché volevo imparare l’arabo quello vero, non quello che parlano tutti nel quartiere dove abito. Abitavo. Abito. Non lo so, perché tutto ciò che possiedo sta in una valigia da 20 kg, compresi vestiti, scarpe e pc, ma in quella casa di quel quartiere c’è uno scatolone con puzzle e fotografie e libri e ci sono le persone da cui torno dopo ogni esame, anche se lo so già quello che mi aspetta io torno, torno sempre. Poi quando sarà il momento quello scatolone lo porterò fra altre mura, che chiamerò casa. Perché una casa ci vuole. Anche se solo per avere un grande armadio e sapere che puoi tornare a guardarci dentro, qualche volta, no?

Ma adesso torniamo a noi, perché è un lavoro quello per cui sono qui. Un lavoro che dia da mangiare a me e alle mie ambizioni, che mi metta davanti alla vita e in cui ci sia da vincere o da perdere, e che questo dipenda da me. Sì dottoressa, lo so che questo lavoro è difficile a 27 anni, soprattutto se sei una donna, soprattutto se hai un nome come il mio. Ma ho guadagnato il rispetto di chi ho deluso e mi creda: saprò guadagnarmi anche il suo.

In effetti sì, le credo.

lunedì 12 marzo 2012

Certe conversazioni

Certe conversazioni sono come ricevere una lettera anonima, con i caratteri del giornale incollati a formare una frase tutta storta.  
Puoi anche gettarla nel cestino, ma continuerai ad averla in mente e l’indagine è già cominciata prima che tu possa dire ‘via’. Andrai anche a ripescarla, fra le buste delle bollette e un biglietto del treno, e proverai a lisciarne le pieghe cercando dietro ad ogni dettaglio un pezzettino di senso. Te la porterei addosso per tutto il tempo, come un presagio o come l’odore di un luogo dove sei stata.  Quand’eri lì non lo sentivi, ma dopo te lo senti nel cappotto e nei capelli e ti sembra non riuscire più a trovare l’uscita.
Ad un certo punto capirai. Capirai poco alla volta o tutto ad un tratto, la sera stessa o dopo mesi. Non importa, quello che è certo è che saprai di aver capito quando la soluzione calzerà come un guanto sulla sensazione che hai provato aprendola, quella lettera, la prima sensazione. Il sapore che hai sentito in gola. Il rumore che ha bussato nella gabbia toracica prima che il tuo cervello chiedesse chi è. Sì, proprio quella sensazione che per tutto il tempo hai cercato di ignorare.

sabato 3 marzo 2012

Qui Pianeta Prishilla

'Io non credo che invecchiamo. Credo che mutiamo continuamente la faccia che presentiamo al sole.'
Virginia Woolf

Mi piace pensare che in questo preciso momento c’è una parte di me che sorseggia un aperitivo su una terrazza affacciata su un rosso tramonto e un’altra parte di me che sta facendo colazione con latte e nesquik, dondolando i piedi nudi dalla sedia della cucina, mentre la me stessa che scrive sta dando una mescolata agli spaghetti, nella grande pentola di acqua bollente del mezzogiorno.


domenica 26 febbraio 2012

Dedicato a chi accetta le sfide - 2

Quello che fa di una sfida una sfida (grande o piccola, epica o quotidiana che sia) è il fatto di poterla anche declinare. Puoi dire alla vita no grazie, io aspetto qui.
Quello che rende grandi certe persone, e certe storie, non è il fatto di aver vinto la sfida, ma di averla raccolta (e meno che mai è l’aver fatto cose grandi quando non c’erano alternative).
Io ne ho lasciate tante, di sfide, a marcire sui rami, inutili prede degli uccelli. Ma so cosa vuol dire anche raccoglierne qualcuna. So anche cosa vuol dire pensare che non ce la farai, che questa volta la vita ti ha battuto, eppure sapere che quell’unico punto che hai segnato valeva il sudore della partita e forse anche i fischi dagli spalti.
Poi se ci penso le sfide che ho vinto sono passate attraverso quelle che ho perso. Se vinci sempre è solo fortuna, o è perché ti piace vincere facile. Se vinci sempre sei il primo ad iniziare a farti l’idea che ci sia sotto un imbroglio e che forse in realtà tu altro non sia che un impostore. Però quando vinci dopo aver guardato negli occhi la sconfitta, quando vinci e senti in ogni muscolo l’ombra della paura e i denti ti fanno male da tanto li hai stretti per non mollare, ecco che allora ti viene proprio da battere un cinque alle stelle.
Quindi oggi tra Rogoredo e Lambrate vorrei appendere uno striscione, e scriverci su con la bomboletta spray. Scriverei raccogli quel guanto da per terra e non lasciare che sia l’aria che tira a decidere se poggiartelo sui piedi o farlo rotolare via.
E poi in piccolo scriverei p.s. conta su di me. Lo scriverei perché se c’è una che lo sa bene quanto conta nelle sfide il tuo fan club, quella sono io.

domenica 19 febbraio 2012

Certi giorni, le belle notizie

Certi giorni le belle notizie sfavillano, come luci che si accendono nel tardo pomeriggio, dietro la vetrata affacciata sulla piazza più bella e antica della città.

Notizie di bimbi in arrivo e di primi baci.

La preghiera che abbiamo recitato, poco fa, sotto alla cupola affrescata, intorno al fonte e ai suoi bassorilevi.

Sfavillio di bicchieri che si incontrano, fra una distesa di confetti azzurri e uno svolazzare di tulle e di lecca lecca. 

La presenza di chi è sempre con noi, fra due stelle che ho visto affacciarsi, al di là del vetro, tra le nubi e il campanile.

Un bimbo in arrivo e un primo bacio scoccato, ed io che penso che certi giorni le belle notizie sono regali, chissà perché.


sabato 11 febbraio 2012

Dedicato a chi accetta le sfide - 1

Capita, fra Rogoredo e Lambrate, di incontrare persone che credono che diventar grandi non sia roba da ragazzi. Capita di incontrare persone che pensano che non sia possibile giocare sul serio.

Vorrei dedicare questa storia a loro, ma non credo che passeranno di qua. Quindi pazienza, godiamocela noi.

Marco - Resoconto dell'esperienza

martedì 7 febbraio 2012

Vecchio Scarpone...


… con le stringhe ubbidienti e la suola dura, come un papà dall’abbraccio tenero e dalla barba ispida. Ho impugnato la macchina fotografica e lei subito ti ha cercato. Due click su questo bianco addomesticato da tetti e balconi e ha subito puntato lo sguardo in su, verso le montagne. Okey, le ho detto, andiamo. Mille scatti, il bianco puro e gli alberi grondanti, coriandoli di azzurro e immense gravide nubi a coprirne i lembi, distese di rami candidi immobili, un incantesimo, e lo scintillio di ghiaccioli pendenti e la legna addormentata. Mille passi, salire, affondare, una risata che fa il solletico al silenzio ed un berretto colorato, come un punto esclamativo nel bianco.  Il dolore sarebbe venuto, poi, compagno ormai della stanchezza buona. Sarebbe venuta anche la malinconia, come per un sorso bevuto e tutta quella tazza piena, lasciata lì. Ma non ora, più tardi. Ora scatta, scatta ancora, che la luce sta girando. E sali, dai, ancora un po’. Punta il calcagno, stai in costa, che chissà cosa si vede, lì più su.