domenica 18 dicembre 2011

Un Natale Bianco

Quest’anno ho voglia di un Natale da sussurrare, di strade buie e di candele, di nonni e di piatti antichi, di pochi regali e molti bigliettini. Ho voglia di un Natale stretto in una sciarpa fatta a mano, di scarponcini sporchi di pioggia e neve, che abbiano fatto tanta strada. Ho voglia di un albero da annusare e di un presepe che mi faccia venire in mente una preghiera, una di quelle che credevo di aver dimenticato.    

Quest’anno ho voglia di un Natale bianco, fatto di due soli ingredienti. Come gli spumini che ho appena sfornato.
 

domenica 11 dicembre 2011

Cambio di stagione


Avevo chiuso certe paure nell'armadio ma per far posto a qualche scheletro sono stata costretta a tirarle fuori.
 
Così si può dire che è stato grazie agli scheletri che han dovuto trovar posto nel mio armadio che ho scoperto che certe paure non son poi cosi brutte come le ricordavo, come certi maglioni relegati per anni nell'ultimo scaffale che poi, rivisti addosso, non son neanche male.
 

lunedì 28 novembre 2011

Tutto d'un fiato, riempiendo scatoloni


Non l'avevo programmato ma mi accorgo che é proprio il momento giusto per un trasloco. Ho riletto il Chi Sono di questo blog e mi sono accorta che non é più vero. E' passato il tempo e mi ha cambiata. Ho un'altra pettinatura, un altro paio di occhiali e un'altra tastiera su cui digitare. Le scarpe comode non mi servono più solo per camminare veloce ma anche per non zoppicare. Ho più pensieri guardando il profilo delle montagne dal mio terrazzo sui tetti che guardando le cravatte degli altri viaggiatori. Forse non sono più gli stessi pensieri quelli che mi sembra valgano qualcosa e alla brioche ho iniziato a preferire la pasta frolla.
Sono contenta che il tempo mi abbia cambiata, sono fiera della durezza nuova che hanno assunto le mie mani e della fragilità che mi spunta dalla fronte insieme a quella ruga che prima non c'era. Sono contenta di sentirmi più stropicciata e piena, di dimenticarmi le cose, di avere cosi spesso nostalgia e di sentire che so amare la vita e le persone con meno entusiasmo e con più calore. Mi sembra di aver imparato a guidare e che il finestrino da cui guardo il mondo sia sempre meno spesso quello del passeggero. Sono invecchiata e ne vado fiera. Quindi é il momento giusto per un trasloco, per un nuovo campanello su cui scrivere chi sono e per una nuova finestra da cui lanciare aeroplanini. Perché in questo, ancora, non son cambiata.

 

domenica 20 novembre 2011

Strategie


'Basta piangere, che a piangere tanto ti vengono gli occhi rossi e brutti come quelli del lupo cattivo. Invece se ridi ti vengono gli occhi brillanti e belli come le stelle.'
Nonna M.


'Basta piangere. Pensa a quello che ha sofferto Gesù Cristo sulla croce e smettila di piangere così tanto per un'iniezione'.
Nonna L.


Entrambe le nipotine - comunque - smisero di piangere
.
 

domenica 13 novembre 2011

Poesie dei ritagli di tempo - di P. Misuraca

Ridono le zie
zitelle come fate
dimenticate.




Un anticipo delle poesie di un amico di penna: il resto, lo trovate clickando qui http://pasqualemisuraca.com/sito/index.php/haiku-e-poesie/155-poesie-dei-ritagli-di-tempo.html


E' un click che vale la pena di fare, e avevo intenzione di raccontarvi il perchè, secondo me. Ma le parole che vogliono fare da cornice ad altre parole suonano spesso rigide e vuote. E chi assapora tace. Perciò, andate.

sabato 12 novembre 2011

Citazione

'Siamo una società decadente perchè non siamo in grado di immaginarci un futuro migliore.'
(nb: 'immaginare' non è sinonimo nè di 'sognare', nè di 'programmare')

domenica 6 novembre 2011

Occuparsi di occupazione - Sono o Faccio?


Per motivi che non sto a riassumere ma che la sociologia e la psicologia hanno ben studiato, il lavoro che facciamo ha assunto una valenza importantissima nella definizione della nostra identità e della nostra immagine di noi stessi. E' tuttavia probabile che il cambiamento socio culturale che caratterizza questo momento storico ci conduca verso una concezione del lavoro differente dal quella del passato - ed é normale, se assumiamo una prospettiva storica. Appare dunque evidente che l'irrigidimento di posizioni e schemi di pensiero riguardanti questo costrutto - per quanto perfettamente comprensibili se letti alla luce, appunto, dell'importanza che ha 'il lavoro che facciamo' nel definire (agli altri e a noi stessi) 'chi siamo' - risultano però, ad oggi, totalmente disfunzionali.
Oppure può darsi che, molto più semplicemente, il nostro mondo sia popolato da molte persone pigre, riluttanti a correre rischi, a mettersi in gioco e a rinunciare ad una stabilità e ad un relativo benessere considerato soddisfacente.

Indipendentemente da quale sia la ragione, sembra che spesso si dimentichi che non esitono gli Operai, nè gli Statali, nè i Professori, nè, meno che mai, i Politici. Esistono piuttosto uomini e donne che fanno gli operai, gli impiegati statali, i professori o i politici. E  se la nostra società ha sempre meno bisogno di 'operai', o di 'impiegati' o di 'politici', ma ha sempre più bisogno, ad esempio, di persone che si prendono cura degli anziani, che lavorino la terra, che facciano il pane o che insegnino il cinese, questi uomini e queste donne dovrebbero prendere in considerazione l'idea che fare un lavoro diverso da quello che hanno sempre fatto potrebbe essere una necessità e non un'ingiustizia. Neppure una tragedia.
In tutta sincerità io amo il mio lavoro e ho investito tanto per farlo, se la società non ne avesse più bisogno e io incontrassi evidenti difficoltà a vendere ciò che faccio, sarebbe per me un dispiacere e non sarei contenta di adattarmi all'idea di fare un lavoro diverso. Ma mi dispiacerebbe assai di più che venissero prese delle misure affinché io potessi continuare a fare il mio lavoro nonostante non serva a granché. In tutta sincerità, lo troverei umiliante.

 

martedì 1 novembre 2011

Occuparsi di occupazione


Ascoltando i dibattiti e leggendo i commenti alle cosiddette misure per lo sviluppo, c'e un aspetto in particolare che mi sollecita un gran fastidio. E' dunque con manifesto intento provocatorio, e anche un po' polemico, che affermo: sarebbe ora di smetterla di prendere a riferimento il tasso di occupazione come indice del benessere di un paese, o di un qualsivoglia sistema sociale, e di considerare così rilevante, nel valutare un'azione, o una misura, o un operatore economico,  il fatto che 'produca lavoro'.


Provo a spiegarmi: la quantità di occupazione non é, a mio avviso, un indicatore significativo: credo che abbia molto più senso, per identificare la capacità di un sistema sociale di produrre ricchezza (nei suoi diversi risvolti) fare riferimento, piuttosto, alla qualità dell'occupazione.
Mi sembra piuttosto evidente, infatti, che una società ricca é una società in cui il lavoro delle persone serve a produrre beni e servizi utili e ben fatti. Se il lavoro delle persone é ben fatto e i prodotti del lavoro sono utili possiamo dire che la qualità dell'occupazione é alta. Se  la qualità dell'occupazione é bassa significa invece che c'è una quota troppo elevata di lavoro mal fatto o inutile.
Ma non parliamo mai di questo: parliamo di quante persone lavorano, non di quali persone lavorano, di come lavorano e di perchè lavorano. Come mai? Forse perchè ci siamo abituati a pensare che il lavoro abbia un valore in sè, ma é un grosso inganno. Quello che conta non é il lavoro, ma ciò che il lavoro produce. La frase 'produrre lavoro', a  pensarci un attimo, non ha alcun senso. Produrre lavoro per produrre cosa?
Siamo certi di saperlo? E siamo certi che la risposta ci piaccia?

lunedì 24 ottobre 2011

Super Pippo


Oggi, fra Rogoredo e Lambrate, c’è voglia di parlar di moto.
No, non voglio fare la retorica dello sport, né, meno che mai, quella della morte del bravo ragazzo di talento.
Ho voglia, piuttosto, di raccontare di quando mi ha preso il gusto di guardare le gare del motomondiale e di quelle domeniche dei miei vent’anni e poco più, sul divano di quelli che sarebbero diventati i miei suoceri, con la schiena appoggiata al Suo torace e la ciotola delle caramelle mou sul tavolino di vetro e l’immagine di Lui, a quattordici anni, appesa sopra al pianoforte, con la moto da cross e il casco e le lentiggini e la voglia di vincere, tutto in tre riquadri a colori pastello.
Sua mamma, al di là della porta, cucinava manicaretti per il pranzo e la nonna leggeva la gazzetta con la lente d’ingrandimento. Lui mi insegnava i nomi dei piloti e le storie e la mescola morbida e le slick. Facevo il tifo per Harada, ma più di tutto per Lucchi, che arrivava sempre settimo, però una volta ha vinto e sul podio ha pianto e io non la smettevo di saltare su e giù è di dire ‘sìììì’.
Valentino era un bambino prodigio, che volava in 125 e festeggiava come un pazzo con gli amici a bordo pista e le 500 mi annoiavano perché tanto vinceva sempre Mick Doohan.
Non so se mi divertivo di più a guardar le pieghe o le interviste, o forse più di tutto mi piaceva essere considerata una femmina complice, almeno per questo, invece che una femmina rompiballe. Fatto sta che abbiamo cambiato diverse case e diversi divani, Nico Cereghini ha ceduto la lavagna e il pennarello e ha messo su un bel po’ di capelli bianchi, Valentino è diventato il campione dei campioni e in mezzo ho fatto il tifo per un sacco di altri personaggi, storpiando i nomi e immaginando le vite e i pensieri dietro i caschi e in giro per il paddock. Quando abbiamo avuto il nostro incidente ero ancora per terra accanto alla moto quando ho borbottato ‘ci vorrebbe il dottor Costa’. E quella domenica che c’era Laguna Seca e mi sono dileguata da una cena di lavoro per guardarla in una camera d’albergo, Lui, quando gli ho telefonato dicendogli ‘hai visto Ben Bostrom?’, che era in testa alla grande, è rimasto un po’ interdetto e poi ha riso come un matto al pensiero che ero scappata in camera, con la mia cena di lavoro in corso, per guardarmi il cavatappi.



E adesso viene il difficile, perché secondo una certa accezione di razionalità quello che sto per dire forse non ha senso. Eppure la voce di Guido Meda incrinata di pianto mi è rimasta dentro come carta vetrata, e sono molto triste al pensiero che Sic non correrà più. Almeno non qui da noi.
 

lunedì 17 ottobre 2011

Falstaff


Mi ero preparata in anticipo. Avevo comprato il cd e l'avevo ascoltato e riascoltato, affinché la musica mi entrasse sottopelle. Avevo pensato a quello che avrei indossato, avevo pensato e ripensato alla solennità misteriosa e nuda del teatro più antico della città. Avevo pregustato il silenzio e l'attesa del paloscenico allestito e l'orchestra che prendeva posto, ed il suo fruscio.
Avevo chiamato a raccolta lucciole di magia, per la mia serata all'opera. 


E  sono stata seduta incantata, le spalle avvolte nello scialle del colore dei miei occhi, accanto a Lui, che aveva indossato l'abito blu ed era elegante e giovane e oltremodo cortese.   Il canto ha riempito il teatro, si é gonfiato nel fascino della gradinate scolpite e nel calore del legno, travolgendo i pensieri. E' stato bello rientrare infreddolita, la testa piena di note e di storia. La tisana fumante, il sonno. Addormentantomi ho pensato, semplicemente, che davvero se la chiami con fiducia la magia non tradisce.

 

lunedì 10 ottobre 2011

Punto. A capo.


Ci sono giorni che sembrano punti. Anzi, punti a capo.
Sono giorni in cui, apparentemente all'improvviso, ci sembra venga sancito un avvenuto cambiamento. Un cambiamento che é, in realtà, progressivo.
Per esempio: è autunno.  O sono un adulto. Non ti amo più. Mi sento a casa sotto questo tetto. Sono guarita.

Ci sono dei punti a capo che capitano improvvisi, come quello che pare abbia fatto cadere tutte le foglie dagli alberi, l'altra notte, ed altri che segniamo in anticipo sulla nostra psico agenda, come fossero dei traguardi, o le pietre che lungo le strade indicano i chilometri percorsi. Certi compleanni con lo zero, per esempio, o il dieci ottobre duemilaundici, che è un grande sospiro.
 

 

lunedì 3 ottobre 2011

Idraulica della mente - Variazioni sul tema


Quando i pensieri sono opachi e pieni di sabbia e ti sembra di usare sempre le stesse cinque parole lise, quando ragionare é faticoso e improduttivo come pedalare col freno bloccato, quando dal cervello ti escono risultati flebili, come l'acqua da certi rubinetti: appena sufficiente a risciacquarsi le mani...  quanto sarebbe bello poter dare una bella pulita col viakal del cervello!
Spruzzare, lasciare agire dieci minuti, immaginando le molecole solerti che sciolgono i sedimenti e fan brillare le sinapsi. Poi via, una passata di straccio e le idee tornano a scorrere, le soluzioni sgorgano, rapide e pulite, e le parole appaiono, nitide, a rispecchiare il mondo. Ah, ne farei una scorta, del viakal del cervello!