sabato 4 dicembre 2010

... e il folletto delle nevi


Tra Rogoredo e Lambrate c'era il freddo artico questa mattina. Ero sul treno degli ultimi, che parevano peraltro dubbiosi riguardo alla feccenda di diventare un giorno i primi, e avevo i piedi infilati in una morsa di gelo a forma di stivale. Cercavo di girare le pagine del giornale con le dita impacciate dai guanti e stavo attenta ad appoggiare la minima porzione di vestiti - e neppure una ciocca di capelli - sul sedile lurido e sfondato. Pensavo che avevo pure pagato dodici euro e rotti per per questo viaggio della speranza e questi quarantacinque minuti di ritardo e il mal di gola  e il mal di schiena di domani.

Rinunciando a voltar pagina (togliersi i guanti neanche a pensarci) ad un certo punto abbasso il giornale e mi ritrovo faccia a faccia con due occhiali rotondi attraversati da un pungente sguardo azzurro. Intorno c'è un viso di quelli che vengono strofinati con acqua e sapone ogni mattina, una massa di allegri capelli grigi e un naso tanto discreto quanto risoluto. La signora indossa una giacca tecnica da montagna, scarpe da neve, viaggia da sola e ha scritto dappertutto "son partita per un'avventura".

La sensazione che un folletto delle nevi sia apparso dietro al mio giornale per redarguirmi dei miei lamenti da pollo d'allevamento dura ben più del ritardo del treno.

(29/11/2010)

domenica 21 novembre 2010

Davvero


Mi piace osservare la forza nei corpi fragili. Mi sembra una buona prova della teoria secondo la quale non siamo fatti solo di carne e di sangue. Mi fa credere che davvero non tutto ciò che siamo ritornerà fango, un giorno.
 

lunedì 15 novembre 2010

Le signore dissolute


Hanno i capelli di un biondo artificiale e molto chiaro e un po’ di azzurro sulle palpebre. Lasciano impronte rosse sulle sigarette sottili. Sono state ricche un tempo; di quel tempo sono rimaste case con grandi giardini o vetrate sulle cupole del centro storico. Emanano un profumo di creme e di cipria del tutto sconosciuto alle stanze da bagno di casa mia, abituate al muschio bianco e al sapone neutro. Sono donne che hanno sofferto per qualcosa cui si può solo accennare, qualcosa che scivola in un rivolo di mistero dalle rughe intorno alle labbra, come il rossetto a fine serata. Vestono abiti fruscianti, stoffe suadenti e hanno sempre qualcosa che luccica, ai polsi o nelle piccole borsette o fra i capelli. Sono ammantate di una femminilità roca e dissoluta che pare non avere nulla a che fare coi golfini sobri di mia madre né, meno che mai, con il preparare la cena. Mi affascinano da quando ero bambina: quando ne incontro una temo ancor oggi il momento in cui qualcuno si accorgerà del mio sguardo rapito e immobile e mi manderà a giocare in salotto sussurandomi “non fissare così la signora”.  
 

lunedì 1 novembre 2010

Momenti di trascurabile felicità, di Francesco Piccolo


Scrivo di questo libro perché non è un libro che vorresti leggere ma un libro che vorresti scrivere. Non che vorresti aver scritto, ma che vorresti scrivere. Ora, mentre lo leggi.
Perché capita di leggere cose come “quando quello che ti ha chiesto di conservargli il posto, finalmente arriva. E puoi dimostrare a tutti che era vero.”  Oppure: “quando esci dal cinema e piove. E rimani con altri spettatori ad aspettare, senti cosa dicono del film. E poi c’è chi vuole provarci ad andare, che fa se ci bagniamo un po’; e va, correndo con la testa stretta nelle spalle. C’è chi dice aspettiamo, tra poco smette. Chi dice: ora piove meno (e non è vero) e va. Così un po’ alla volta, correndo, se ne vanno tutti”.
E quindi, quando poi scendi dal treno e inizi a pedalare verso casa,  non puoi proprio fare a meno di scrivere nella mente il tuo elenco personale di trascurabili felicità, che quasi ti sembra ti sentire il ticchettio dei tasti mentre pedali e pensi cose come “quando andiamo a mangiare la pizza nella nostra pizzeria preferita, che è sempre piena, e non lo diciamo a nessun amico e arriviamo alle sette e un quarto quando non c’è ancora nessuno e i tavoli sono tutti pronti e bianchi e ordinatissimi e veniamo serviti da una cameriera ancora pettinata e sorridente e la gente inizia ad arrivare quando noi abbiamo già ordinato il caffè e il proprietario scuote la testa e dice a tutti  - mi spiace è già tutto prenotato - e noi andiamo a casa a guardare un film, coi piedi abbracciati sotto alla trapunta, intanto che tutti cercano un posto per mangiare una pizza e aspettano in piedi e devono urlare per farsi sentire dalla cameriera spettinata e stufa”.
E poi, a forza di scrivere nella tua testa cose come questa, finisce che arrivi a casa con tutte queste bricioline di felicità che ti sono rimaste attaccate alla labbra come trascurabili sorrisi, che sono piccoli piccoli ma tutti insieme fanno un gran brillare e magari vanno a finire nel sugo della pasta, che come niente si trasforma in un altro momento di trascurabile felicità.

 

lunedì 25 ottobre 2010

Abracadabra


"Uno dei  medici che gareggiano davanti al sultano - quello che viene spesso disegnato con il vestito rosa - aveva preparato una medicina verde con un veleno tanto forte da uccidere un elefante e la diede all'altro  medico, quello con il caftano blu. Lui inghiottì con appetito prima la medicina col veleno e subito dopo una medicina blu con l'antidoto che aveva preparato e non gli accadde nulla, come si capì dal suo sorriso dolce. 



 

 



rosa small 2_1Muovendosi lentamente e gustandosi il suo turno, colse una rosa rosa dal giardino e avvicinandola alle labbra vi bisbigliò dentro una poesia misteriosa che nessuno udì. Poi, con gesti molto sicuri,  porse la rosa al medico vestito di rosa perchè la annusasse. Il medico vestito di rosa si preoccupò talmente della forza della poesia bisbigliata dentro la rosa che appena avvicinò il naso per annusare la rosa che, oltre al suo profumo non aveva alcuna particolarità, crollò per la paura e morì. "



(O.Pamuk)

lunedì 18 ottobre 2010

Relatività - 1

Quando, dopo dieci o venti vasche in cui ti è stato davanti, inizi a superare quello che nuota nella corsia accanto alla tua pensi sempre di stare accelerando, non che l'altro stia rallentando. 



Ci misuriamo in relazione agli altri perchè in fondo non è il cronometro quello che conta ma l'ordine di arrivo? E mettiamo sempre noi stessi al centro della foto perchè sullo sfondo immobile ci sentiamo scomparire?

domenica 10 ottobre 2010

Senza ritegno

Si disse che forse solo chi è stato amato senza ritegno può amare senza ritegno e desiderò averlo conosciuto da piccolo e avere avuto la possibilità di fargli questo regalo.

Poi pensò che non si sarebbe trattato di un regalo per lui, perché amare senza ritegno è un po’ come non avere pelle – e forse, si disse, è per questo che lei aveva tanto bisogno di sole - .

Dopo questo pensiero ci fu un attimo, molto lungo e molto dolente, in cui avrebbe voluto solo deserto, e vento. Poi si disse che sarebbe stato comunque un regalo, un regalo per lei. E lo desiderò, senza ritegno.

lunedì 4 ottobre 2010

Novant'anni


Un’impeccabile messa in piega, un luminoso filo di perle, un marito dal portamento fiero, un centrotavola autunnale e festoso, due figli, nuora, genero, quattro nipoti con mogli e mariti, due piccole pronipotine. Molti abbracci, molti sorrisi e bicchieri tintinnanti. Intorno ai tuoi novant’anni c’è la famiglia che hai creato, i tuoi alberi da frutto e i tuoi fiori rigogliosi, c’è la tua casa con le finestre spalancate sul mondo e la tavola apparecchiata. Intorno ai tuoi novant’anni ci sei tu, dentro ai tuoi novant’anni ci siamo noi. Fieri, grati, felici. La senti, vero nonna, la felicità che hai messo dentro di noi? Avrei voluto incartarla, infiocchettarla e metterla in cima alla piccola montagna di regali, fra la torta e il cesto di frutta.
 

domenica 26 settembre 2010

Quello che chiamano stile

"Quello che chiamano stile è solo un errore che consente di lasciare un segno personale" (O.P.)


Lo stile come pigro narcisitico perseverare del diabolico.  O come occasionale sistematica imperfezione di una distratta umanità?


domenica 19 settembre 2010

Femmine

Stoffe. Colori. Cinturini. Accostare, accarezzare, indossare. Allontanarsi, osservare. Amiche scarmigliate e senza scarpe si affacciano dal camerino accanto, approvano e lusingano, aggiustano, scartano, ripropongono. Amiche a cui offrire l’abbinamento scovato all’ultimo scaffale come la più profumata delle tazze di te. Lana morbida e gancetti ammiccanti, mentre fuori si addensano le nubi e le foglie iniziano ad assopirsi.

sabato 4 settembre 2010

Il dottor Wadid

Il dottor Wadid arriva puntuale e ha una camicia azzurra ben stirata. Indossa un paio di occhiali dalla montatura dorata che, proprio come la serietà cortese con cui saluta e si presenta, sembrano scelti per dare autorevolezza a un volto altrimenti troppo giovane e pulito. Parla un inglese corretto, pronuncia lentamente le parole per assicurarsi di venire compreso e ascolta con attenzione. Raccomanda di bere molta acqua e scandisce: no milk, no eggs, no yoghurt. Si disinfetta le mani prima di toccare il termometro e nonostante cerchi di dare ai suoi movimenti una certa disinvoltura, il modo in cui le sue mani aprono e chiudono la valigetta tradisce una dignitosa fierezza per i suoi strumenti e per l'ordine in cui sono tenuti.


Il dottor Wadid fa bene il suo lavoro ed è sempre reperibile. Quando arriverà, il momento non lo coglierà impreparato: non avrà macchie sulla camicia, nè un tono svogliato o modi frettolosi, nella sua valigetta ci sarà ciò che serve, la sua diagnosi sarà accurata e la cura che prescriverà sarà impeccabile. Perciò il famoso primario europeo che sarà capitato in vacanza nel grande albergo in cui Wadid presta servizio 24 ore su 24, colto dalla gastroenterite del viaggiatore, rimarrà oltremodo colpito dalla professionalità con cui à stato curato da un giovane medico egiziano. E l'occasione di Wadid sarà lì, finalmente pronta per essere afferrata; basterà prendere per mano la moglie e i bambini e volare via. Dunque avanti il prossimo: no milk, no eggs, no yoghurt. E mi raccomando di bere molta acqua.