Certe cose mi lasciano buchi, spiragli, fessure.
Non serve rammendare, intonacare, rabberciare: quando si alza il temporale sono piena di vento.
E so sempre da dove viene.
Certe cose mi lasciano buchi, spiragli, fessure.
Non serve rammendare, intonacare, rabberciare: quando si alza il temporale sono piena di vento.
E so sempre da dove viene.
Il bello delle storie è che qualche volta, ripensandoci, cambiano le carte in tavola
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1. Uno
Il malvivente e il poliziotto che pedalano fianco a fianco, incerottati e dolenti. L’uno ha ai polsi irriverenti braccialetti gemelli a forma di manette, tempestati di oro e brillanti. L’altro ha un sorriso azzurro e mite e una precisa misura per i gesti e per le parole. Ironia della riabilitazione, pedalano fianco a fianco e non si raggiungeranno mai. Non dentro a questa palestra, dentro questi confini in cui non si è altro che il proprio nome e la propria ferita. Ma è vero che lasciamo tutto fuori, nell’armadietto insieme alle scarpe? Cosa bolle dentro a questa tregua forzata fra il malvivente e il poliziotto, che ostentano una strana forma di silente cortesia?
Mi piacerebbe immaginare una zuffa nello spogliatoio, un alterco sulla base di un pretesto, un banale “c’ero prima io”. Mi piacerebbe immaginare una confessione, una supplica, il dispiegarsi di un senso di colpa, oppure l’alzarsi fiero di un moto di orgoglio. Mi piacerebbe immaginare fra le pieghe di una conversazione un’inversione di ruoli e di emozioni. L’invidia del poliziotto, il coraggio del malvivente.
Disegno storie sul bordo del mio lettino, guardando le spalle vicine del malvivente e del poliziotto. Ma non accadrà nulla, saranno anche oggi solo due uomini che zoppicano. Almeno finchè non saranno arrivati all’armadietto, e avranno rimesso le scarpe e i cartellini con i nomi: guardia, ladro.
Chissà, potrei provare a confonderli....
E’ accaduto, sul finire della mattina, dopo che aveva abbondantemente piovuto e dopo che il sole era tornato ignaro a scaldare l’atmosfera, che la guardia inciampasse nelle scarpe del ladro, lasciate in disordine sull’impiantito.
E’ accaduto che la guardia, rigirandosi le scarpe fra le mani, si ritrovasse a pensare “che pelle morbida, che forma comoda” e poi “in fondo è solo per provarle, questione di un attimo”
E, questione di un attimo, è accaduto che le avesse ai piedi.
E’ stata poi questione di un attimo anche che, con quelle scarpe calzate, gli salisse alle labbra un complimento rivolto a quella ragazza che da settimane guardava nello specchio solo quando era certo che lo sguardo di lei fosse altrimenti impegnato.
Ed è accaduto che si trattasse di un complimento un poco al di fuori della precisa misura della sua abituale cortesia.
Ma la cosa più incredibile che è accaduta è che la ragazza ha sorriso.
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3. Dorothy
Il vento la innervosiva perché aveva la pelle sottile, i piedi piccoli e troppi capelli. Perché aveva sempre molti panni, sporchi e puliti, stesi fuori ad asciugare. Perché i suoi pensieri erano legati da fili sottili e tintinnavano come scacciapensieri senza requie e anche perché i suoi appuntamenti non erano abbastanza strettamente rilegati.
Perchè aveva letto troppe volte il Mago di Oz quando era bambina e perché dimenticava spesso dei sogni fra le nuvole, sogni che il vento faceva apparire e scomparire, come certe parole quando un attimo le ricordiamo e un attimo dopo non le ricordiamo più. Cosa volevo dire?
Se l’hai dimenticato era una bugia, diceva sua nonna.
4. Ladro
Quel giorno che il ladro non trovò le sue scarpe e fu costretto ad andarsene a casa con quelle del poliziotto, infilandole aveva pensato “che scomode, che rigide” e di malavoglia e con passo forzato si era incamminato.
Giunto al punto in cui era solito tagliare per il prato per accorciare il cammino si era detto però: “è proprio un peccato sporcare queste scarpe così lucide” e, malgrado si sentisse un po’ preoccupato per il caldo e la stanchezza supplementare che avrebbe dovuto sopportare, aveva proseguito lungo la strada asfaltata. Ma, causa appunto il caldo e la stanchezza non se la sentì proprio di arrivare al solito bar e si fermò lungo la strada per l’abituale bicchiere di vino.
Entrò con passo sostenuto nel caffè e i tacchi delle scarpe risuonarono autorevoli fra i tavolini. Dietro al bancone una ragazza dalle guance giovani e dalla vita sottile che stava asciugando bicchieri si affrettò a salutare, e fu con una certa soggezione che disse: “buongiorno signore, sono subito da lei” e dopo poco, premurosa: “mi dica, cosa posso servirle?”.
E quella frase suonò talmente nuova alle orecchie dal ladro, che per tutta la vita aveva detto “il solito” al solito barista, che per un attimo si guardò le scarpe e pensò: “quasi quasi non le restituisco”.
Ma seppure si trattasse di un ladro aveva pur sempre indosso le scarpe di un poliziotto: dunque, le restituì.
5. Guardia
Fu un’estate calda quella in cui il poliziotto e la ragazza cenarono ogni sera sotto un diverso pergolato, scambiandosi sorrisi e una progressiva confidenza che altro non era che una danza antica, di cui lui seguiva, con rispetto, il ritmo ed il rituale.
Ma la sera in cui il poliziotto suonò alla porta del ladro il vento aveva sollevato lembi di calore e aveva lasciato scoperto un cielo bucato di stelle.
E forse fu proprio grazie al vento, oltre che grazie al suo fiuto, che il poliziotto aveva scoperto quell’abbraccio fra la ragazza e un uomo. E si trattava di un uomo che non aveva meritato i suoi sorrisi.
Forse fu perché la ragazza aveva gli occhi chiusi, forse fu per il modo in cui l’uomo la toccava o il per il modo in cui lei si muoveva dentro alle mani e alle braccia di lui, o forse fu ancora il vento che lo sospinse, fatto sta che il poliziotto si ritrovò con il fiato corto al campanello del ladro e disse: “prestami le tue scarpe”.
6. Alice
Il vento la rassicurava perché riempiva gli spazi, la sosteneva e tratteneva la sua corsa; perché veniva da lontano, come i suoi fratelli e le loro mamme, ma non scompigliava mai la cena e non scoperchiava i divani letto. Si limitava ad illudere le foglie secche con una promessa di volo. Forse, un giorno.
Alice aveva una famiglia troppo grande, troppo grande era il suo spazio per i giochi e troppo grandi le sue pantofoline rosa capriccio.
Forse fu il Vento a sospingerla, o forse fu il sogno di un bianco coniglio frettoloso a guidarla quella notte verso la porta d’ingresso e verso quelle scarpe vuote rimaste inutilizzate sul pavimento. Fatto sta che quando il ladro aprì gli occhi e voltò la testa verso lo spiraglio improvvisamente luminoso della porta della sua camera da letto, la vide lì, con in mano le scarpe del poliziotto e stava dicendo “per piacere, mettile papà”. E preso così alla sprovvista proprio non gli riuscì di trovare neppure una ragione per non accondiscendere.
Forse solo io vi faccio attenzione ma capita con una certa frequenza di leggere “in primo luogo” laddove poi nel testo il “secondo luogo” non viene mai più citato. Si perde nel discorso, rapito dagli scoscesi sentieri e dagli ampi orizzonti del primo. Rimane a crogiolarsi nel tepore della penna, approfittando delle attenzioni che il pubblico rivolge al temerario compagno, che per primo ha imboccato l’incerta via del foglio. Sta, come l’asso nella manica, in un perenne e mai sbocciato capolino in attesa di una congrua posta in gioco. O magari il secondo luogo altro non è che quello dove abita il contrario di quello che andiamo sostenendo e ha un invitante profumo di pini e piadina e un punto dove dopo le colline si scorge il mare. E allora il primo luogo, quello dove abbiamo tracciato rassicuranti mappe di strade e stazioni di servizio, gli fa segno di tacere. Che il nostro non sia tutto lavoro sprecato, per l’amor del cielo.
Questa puntata si apre davanti al portone del distretto di polizia. Ci sono un uomo e una donna sulla piccola scalinata disadorna e gente intorno che entra ed esce. (Dove andranno tutti quanti.) C’è un cielo pesante come il respiro di Meg (Solo due mesi di gravidanza e già questa spossatezza.) C’è un gatto che annusa un fazzoletto baciato di rossetto che potrebbe essere il nostro gatto ma forse non lo è.
- Come devo dirglielo? Entri e faccia una denuncia… - Il tenente Alreadything ha la voce esasperata e ruvida ma gli occhi non confermano. Sono svagati, lenti e pigri, come se accarezzassero distrattamente la schiena del gatto aspettando l’ispirazione per decidersi.
- Lei non mi sta ascoltando. Non ho nessuna prova per affermare che Padre Biz non è dove dice di essere, e soprattutto non c’è nessuna ragione (oddio una ci sarebbe ma ora non è il momento, davvero, forse un giorno, chissà) che giustifichi la mia ricerca. Ma io devo sapere dov’è. Devo, lo capisce questo? -
- Se è per questo non lo capisco affatto, ma non è questo il punto. Cosa le fa ritenere… -
- Ma insomma, lei non mi sta ascoltando. Mi ha lasciato una poesia, si rende conto? Una poesia può significare solo due cose (e non necessariamente in alternativa): o è una minaccia o è una richiesta di perdono. E lui sulle faccende del perdono è tipo da rivolgersi ben più in alto ... -
- Quindi secondo lei sarebbe una minaccia – poi, ad un tratto, proprio mentre il sole si stava decidendo a far uscire un paio di raggi in esplorazione, sembra arrivare fulminea anche l’ispirazione. Ed ecco il braccio del tenente che si alza, il mento che scatta in avanti. Meg è avvolta in una specie di abbraccio che sa di tabacco e di buio. Ed è dopo un istante molto lungo che chiede roca:
- Che fa?- E allora lui allarga le braccia e riprende la distanza consueta.
- Mi ascolti bene: è meglio che non si faccia vedere qua. La cercherò io.-
E lei, mentre tiene le orecchie ben puntate sul suo tono improvvisamente tagliente, fa andare in giro gli occhi a sua volta e scorge, proprio mentre sta per svoltare, l’inconfondibile Pontiac di Anthony Guizzo.
Ed è solo questione di attimi e di biglietti da visita e strette di mano e poi eccola che sale sul taxi e si capisce da come stringe la borsetta che sta pensando a quel sogno, quello in cui Charles la accarezzava con quelle specie di grandi ali che aveva al posto delle mani e lei aveva la bocca piena di piume e non riusciva a chiedere aiuto. (La mamma avrebbe detto “vuol dire che devi dartela a gambe Maggie, vola via subito”, ma io non ce la faccio proprio a lasciar perdere così).
- Giustappunto: come è iniziato tutto questo?
- Ecco allora dicevo, avevo questo blog già da un po’ di tempo, e un po’ di amici di penna, o di tastiera, con cui ci si scambiava aeroplanini. Era estate e faceva un caldo boia. Tipo adesso insomma. Bè, io rientro dalle vacanze e sul blog di Montgolfier – grande scrittore, Mont, lo conosce?
- Lo conoscerò
- Bene. Ecco, sul suo blog trovo questo. Aveva lanciato un sasso nello stagno, capisce? Perché Montgolfier è uno che pensa che “Scrivere è gettare sassi nell’acqua. Quando leggi, invece, sei acqua. Amare una certa sequenza di parole è vibrazione, liquidi cerchi che s’allargano, giungono alla riva, increspandosi su forme e profili, interferendo con altre onde, eventualmente (e via di seguito).
- Esatto. E visto che questo sasso aveva buttato su un bel po’ di acqua ne ha lanciato subito dietro un altro, intanto che i cerchi erano ancora in moto
- Cosa significa che erano in moto?
- Dia un’occhiata ai commenti, si faccia un’idea:
*Monty, sono un vulcano di idee in questi due giorni. Ascoltami: ri-adatta il testo di questo post come fosse, invece che il riassunto per il lancio promozionale di un serial, una puntata zero. Poi lancia la palla, dici a chi vuoi tu: prosegui. Se questo accetta, scrive proseguendo il testo, e rilancia la palla ad un altro (di noi bloggers, intendo). Vediamo cosa esce. Ci stai? Hai tempo? Facilmente esce una cagata ma potrebbe anche darsi di no. Facciamo gli autori e i personaggi assieme. Poi, vaffanculo!, ce lo pubblichiamo noi! Quanto costa pubblicare un libro con un minimo di distribuzione? 5mila? 6mila? In quanti siamo? 15? 20? 300 euro a testa? Poco più? Avanti, popolo! Al blog gliela diamo noi la carta, eccheccazzo!
*UAH UAH UAH UAH UAH!!!!
Evvai ci sto anch'io (..)
Monty...che grande post e che grande scrittore!!!!
Sono d'accordo anch'io sull'idea di creare qualcosa da questa tua splendida idea!!!!
E questo è solo un assaggio. Ha capito ora? E quindi ecco il secondo sasso
-Quindi, ehm..
- Esatto: è questo il punto in cui davvero tutto è cominciato, incontrollabile e potente come l’immaginazione. E’ stato come aprire un rubinetto, così per gioco, e ad un tratto l’acqua che ne usciva schizzava da tutte le parti e non c’era nessuno lì pronto a imbottigliarla ma il rubinetto una volta aperto non si chiudeva più e quindi via pozzanghere da tutte le parti e sassi che vi saltavano dentro.
- ...
- Non mi crede? Legga qualche stralcio dei commenti:
*Hum...la trama si complica! Se vuoi posso provare a scrivere i dialoghi, di solito mi vengono bene (…) E' davvero intrigante, mi sento come quelle persone che pur di non perdere una puntata del loro serial preferito, rinunciano ad uscire con gli amici...
*E io sto affannosamente provando a scrivere il perché sono entrato in polizia. Cioé: so CHIARAMENTE perchè sto in polizia, e so pure come dirlo, solo che non riesco a concentrarmi tra telefoni che squillano e gente che chiede e capi che girano...
*ih ih ih!!! Ma chi è Anna?
Io ho delle idee precise su Padre Biz, anche se poi lui non è stato contattato ma non credo si offenderà. L'unica cosa che poi alla fine non ho mica capito è come si debba procedere...
*Allora, prima di tutto una precisazione. Ho messo questo post solo perché ieri, salendo sulla mia montagna preferita dietro casa, mi sono venute in mente tutte le parole tanto che arrivato su ho dovuto scriverle. Non è che le mie "comunicazioni di servizio" siano una specie di modus operandi. Sono cose che mi sono venute d'istinto. (…) Mica so cosa viene fuori. Magari dopo un paio di spunti istintivi capiamo che c'è una strada da percorrere verso qualcosa di più strutturato, e capiamo cosa tagliare o cosa no. Oppure ci divertiamo come mi sto divertendo io tra ieri e oggi. E sia chiaro anche che con questi inviti, non mi sto per niente proponendo come capo progetto. E' come se vi invitassi a casa mia e dicessi: per esempio puoi portare il vino. Se poi arrivi con la coca-cola, o con un candelabro, ti abbraccio lo stesso. Rendo il concetto?
*Sì va bene, diciamo che io voglio scrivere di Padre Biz, ma dove devo scriverlo? Te lo mando per mail? Lo pubblico sul mio blog? e se poi lo stesso giorno uno scrive su un altro blog una storia che contraddice la mia? Dove finiremmo
- Sono senza parole, non avevo idea.
- Me ne ero accorta. Comunque posso capirla, anche io quando ho trovato tutto questo al rientro dalle mie vacanza non potevo crederci. Si figuri, era sera tardi, ero un po’ sballata dal viaggio, mi sono detta: sto sognando ….
(continua)
-Innanzitutto grazie la sua disponibilità a rilasciare questa intervista: i nostri lettori sono particolarmente curiosi di conoscere il punto di vista di una come lei, Prishilla, che è completamente estranea al mondo della TV, della letteratura, dell’arte in genere, che non ha nessuna esperienza e nessun particolare talento...
-Grazie
-Scusi?
-Niente niente, prego continui pure
- Sì ecco i nostri lettori sono assai curiosi di sapere da lei come è iniziato tutto questo
- Già, com’è iniziato. Bè dunque, era già da un po’ che avevo aperto un blog…
- A proposito: com’è che una come lei apre un blog?
- Erridai. Cosa intende scusi con “una come lei”? Cosa starebbe a significare?
- No, ecco, niente…. Solo che, diciamolo Prishilla, lei non è esattamente il tipo di persona da cui ci si aspetterebbe… ecco…
- Vabbè guardi lasciamo perdere: ho capito. Comunque ho aperto un blog per liberare un po’ di cassetti
- ... ?
- Sì. Avevo i cassetti pieni di foglietti scribacchiati. Ho questo problema, sa. Anche se forse non sono “il tipo di persona che”… Bè lasciamo perdere. Ho questo problema che le parole mi scivolano fuori da tutte le parti, così ho aperto un blog per ripiegare i miei foglietti come aeroplanini e farglieli volare dentro.
- Ah. E sono andati lontano?
- No affatto, ma intanto ho liberato i cassetti.
- Ah. E cosa ci ha messo dentro?
- I DVD di Guizzo’s
- Giustappunto: come è iniziato tutto questo?
(continua)
- Un tè freddo al limone, per favore. Tu cosa prendi?
- Caffè shakerato. Con panna. Senza zucchero. Nel bicchiere alto.
- Ossignore, che caldo
- Ieri sera casa mia era un forno. Alle due ero ancora davanti alla TV a guardare le vecchie puntate di Guizzo’s.
- Sono stupende, molto meglio della seconda serie…
- Ma che cavolo dici, la seconda serie è geniale. Vedrai che viene fuori un casino con questa storia del bambino.
- Bè tanto per cominciare il frate con quella manfrina della paternità nasconde sicuramente qualcosa
- Per me ha solo paura che la pseudo nuova mamma lo faccia secco, già una volta è stata lì lì..
- Paura? Charles Biz non ha paura per definizione. Ma che poi sarà vero che è incinta?
- Ma sì dai, hai visto che faccia aveva? Una mica se la inventa quella faccia lì
- Per me ha la faccia di una che sta per far fuori qualcuno
- Sempre che qualcuno non faccia fuori lei
- Sai chi è che la farà fuori? Il tenente! Hai visto come la guardava? La mangiava con gli occhi, quello la prossima volta che gli capita a tiro la sistema per le feste
- Essì, guarda che lui è perso per la bionda, non ti ricordi?
- Boh, sarà che con quel nuovo look è così figo che ce lo farei io un pensierino.
- Che cretina! Dai che torniamo in ufficio, mica ci pagano per star qui a fare il riassunto di Guizzo’s….
Questa puntata si apre sulla finestra assolata di un bagno color sabbia, uno di quei bagni senza disordine che fanno pensare a una cameriera appena uscita e a barattoli sempre colmi di creme costose.
Meg è seduta sul bordo di una grande vasca. No, niente idromassaggio: è una di quelle vasche da riempire semplicemente fino all’orlo, reclinare la testa sul bordo e accarezzare l’idea di lasciarsi scivolare. Perché no.
Poi la telecamera fa uno zoom sul viso di Meg e c’è qualcosa nei suoi occhi, qualcosa che avrebbe potuto essere un velo di lacrime, ma che non lo è mai diventato perché si è subito fatto solido, ed ora assomiglia a quelle lastre di plexiglas che un tempo si trovavano dietro a certe scrivanie, perché sedie spinte di getto nell’alzarsi in piedi non sporcassero il muro.
Stringe in mano qualcosa, Meg: è un bastoncino bianco che ogni donna che si è trovata almeno una volta a contare i giorni sull’agenda riconosce immediatamente come un test di gravidanza.
La telecamera stringe ancora l’inquadratura e quell’unica riga rosata diventa gigantesca. Incinta. Inchiodata. Meg ha aspettato che comparisse la seconda lineetta, quella che l’avrebbe liberata. Ha tenuto il fiato dentro di sé il più a lungo possibile, ha ascoltato le campane suonare, ogni rintocco di quel maledetto mezzogiorno, e poi il silenzio. La seconda lineetta non è comparsa. Incinta. Inchiodata da quell’unica riga che la riporterà di filato a New York e ad un passato che, merda, non può ancora essere lasciato alle spalle.
D’accordo. Meg raccoglie da terra un telefono, compone un numero e la sua voce è limpida e senza riflessi come una lastra di plexiglas quando dice “Dopodomani al massimo sarò lì, fa in modo che lui non possa saperlo, e soprattutto che in nessun modo possa trovarmi”.
Una coppa! Ho ricevuto una coppa: si tratta del riconoscimento Meme Revolution che Pim ha generosamente assegnato, fra altri (che naturalmente consiglio a tutti di visitare), anche a questo blog.
Le regole del gioco, che trovate per esteso sul blog di Pim, prevedono che chi riceve il premio segnali altri blog spiegandone le ragioni.
Io in primo luogo ricambio segnalando Scrivere i Risvolti, non per buona educazione ma perchè la lettura quasi quotidiana dei suoi post è sempre (e dico sempre) una delle cose piacevoli della giornata, costanza di gusto che neppure la mia mattutina tazza di caffè riesce a mantanere!
Ed in secondo luogo conferisco il premio a Romanzo Collettivo perchè è (stato?) un gioco meraviglioso, ha stuzzicato la mia pigra fantasia infilandosi in remoti angoli delle mie cellule grigie e ha invaso i più inopportuni angoli delle mie giornate facendomi tornare la voglia di scrivere di nascosto sotto il banco e ricordandomi, con forza ed allegria, che scrivere a molte mani si può. Certo, la storia che ne esce non è una storia compiuta e coerente, capita che i conti non tornino, perchè è una storia "vera" e nelle storie vere i conti non tornano mai. E, proprio come le storie "vere", anche il gioco del Romanzo Collettivo non finisce mai: perchè quando meno te lo aspetti ti torna la voglia di raccontare qualcosa.
Giusto? Guizziamo?
Cosa succede al Personaggio quando sei finalmente davanti alla persona, in uno studio che sarebbe del tutto anonimo se non fosse per i Suoi libri in attesa di autografo impilati accanto alla premurosa segretaria?
Cosa succede al Personaggio quando la persona ti propina una sequela di parole un po' sconnesse, probabilmente buone per tutte le stagioni, ma senz'altro assai enfatiche e appassionate? Parole che hanno un'indubbia somiglianza con il suono che chiunque desidera sentire accostandosi al Personaggio, ma che sono anche sufficientemente scombinate da lasciarti ampio spazio di interpretazione, in modo che tu possa in tutta libertà adeguarle al tuo specifico inespresso bisogno. Magico mestiere degli oracoli di tutti i tempi.
Cosa accade? Accade che senti nascere dentro di te un bivio sempre più marcato: voglio vedere la persona e uccidere il Personaggio? Ma i Personaggi uccisi non ritornano più e si portano nella tomba tutti i loro simili, lo sai bene. Allora già il bivio si sfuma e la strada che si apre davanti a te diventa sempre più grande e invitante. Poco importa che qualcuno sussurri al tuo orecchio che è proprio sulla probabilità che tu imbocchi questa strada che contano le persone che vogliono trarre il massimo vantaggio dal loro essere Personaggio. Tu ti stai già dicendo che non ci sono persone qui, oltre a te: c'è solo un grande Personaggio.
Così funzionerà e tu tornerai a casa con un prezioso messaggio nel cuore. Che importa, in fondo, chi è stato a mettercelo?
Sam Savage fa iniziare a Firmino il racconto della sua vita con queste parole: "Avevo sempre immaginato che la storia della mia vita, se un giorno l'avessi mai scritta, sarebbe cominciata con un capoverso memorabile".
Dopo alcuni esempi e tentennamenti, che riempiono tre o quattro capoversi e ben funzionano al fine di creare aspettativa e complicità, la storia ha davvero inizio con questa frase:
"Questa è la storia più triste che abbia mai sentito".
Chiudendo il libro, alla fine dell'ultima pagina, ho pensato che forse era la prima volta che mi capitava di constatare come la promessa di un incipt fosse stata così semplicemente, malinconicamente e magistralmente mantenuta.
(Firmino, di Sam Savage, edizioni Einaudi Stile Libero)
Ferma immobile apro i pori e lascio che il sole entri a ricaricare le mie batterie.
Già lampeggiava la spia della riserva.
Come vorrei poter riempire una tanica di emergenza, per non mandare dispersa l'energia che rimarrà a risplendere quando la capacità delle mie batterie sarà colmata.
E mentre formulo questo pensiero già una nube bianca vela il sole. Mannaggia le mie batterie non sono piene nemmeno per metà. Tempo di crisi, non c'è che dire.