giovedì 8 marzo 2007

Perchè non festeggio la festa della donna

Mimosa_1 1) Perché ci sono ancora troppe donne che non hanno nulla da festeggiare. Molte di queste abitano paesi lontani, altre vivono dietro ad un velo di fianco a casa nostra, ma non tutte hanno la pelle scura: tante mi assomigliano e hanno l’accento dolce e rotondo della mia città, ma non hanno la possibilità di essere considerate in primo luogo persone e poi donne.


2) Perché ci sono ancora troppe donne che non meritano di essere festeggiate: sono quelle che usano il loro doppio cromosoma ics per ottenere vantaggi che non si sono guadagnate e quelle che sfoderano l’alibi della loro presunta condizione femminile per giustificare comportamenti poco edificanti o risultati che non le soddisfano.


(Dedicato alla donna che mi ha dimostrato che si può essere Wendy, Pippi Calzelunghe e Wonder Woman in un unico gesto, senza clamore: mia madre.)



venerdì 2 marzo 2007

I sogni son desideri...

La consulente, tailleur gessato e lunga coda di cavallo, era seduta al grande tavolo da riunioni ingombro di carte e deserto di altri convenuti e riempiva distrattamente di linee curve e chiaroscuri i margini del blocco.


A intervalli regolari lanciava rapide occhiate alle lancette dell’orologio firmato appeso alla parete di fronte a lei, accanto alla stampa di Monet.


In fondo al corridoio del piano della direzione il silenzio era quasi perfetto.




La lancetta dell’orologio firmato aveva già compiuto quasi un intero giro quando L’Amministratore Delegato, con le sue anacronistiche guance rosee incorniciate dai residui capelli bianchissimi, fece il suo ingresso, seguito puntualmente dal Direttore Generale, gli occhietti puntuti ben al centro dei rassicuranti occhiali dalla montatura d’oro.


“Dottoressa, ci scusi per l’attesa ma sa, l’avvocato….”



Lei alzò lentamente un paio d’occhi improvvisamente diventati di un verde molto chiaro.


Dalla sua bocca uscirono altrettanto lentamente le seguenti parole:


“la finisca con queste str…zate”.


E non aspettò che i due nonnetti incravattati finissero di sussultare per proseguire: “sono stufa marcia delle vostre scuse del c…zo” e intanto la mano aperta salì verso il soffitto per abbattersi subito dopo sul tavolo con un tonfo che sembrò enorme.


Di fronte a lei due bocche si aprirono in simultanea, ma nessuna parola trovò il modo di uscirne prima che lei proseguisse. “Qui sta andando tutto a put….ane e la colpa è solo vostra. Siete degli ignoranti (e come scandì questa parola, mio Dio, come la scandì), degli ignoranti e degli illusi se pensate che qualcosa possa cambiare qui dentro finchè VOI rimanete con quei culi di pietra piantati sulle vostre poltrone e fate finta di niente.” Le bocche si chiusero faticosamente per consentire una nervosa, nervosissima, deglutizione, che non era ancora terminata quando un’altra manata si abbattè sul tavolo. “E non provate di nuovo a dirmi sì sì con quelle teste rimbambite finchè non avrete davvero capito quello che mi aspetto da voi, e finchè non sarete pronti a farlo. Me ne frego se mandate a put…ane il nostro contratto. Non so cosa farmene dei vostri soldi del c..zo. Sono stata chiara?” E con la terza manata i fogli ammonticchiati sul tavolo si alzarono in volo.





....


La lancetta dell’orologio firmato aveva già compiuto quasi un intero giro quando L’Amministratore Delegato, con le sue anacronistiche guance rosee incorniciate dai residui capelli bianchissimi, fece il suo ingresso, seguito puntualmente dal Direttore Generale, gli occhietti puntuti ben al centro dei rassicuranti occhiali dalla montatura d’oro.


“Dottoressa, ci scusi per l’attesa ma sa, l’avvocato….”



Lei sorrise, del suo sorriso bianco e aperto, e ammaestrato, e disse “Si figuri, succede. Dunque, stavamo parlando del piano di sviluppo…..”. E intanto che parlava con quel suo tono tranquillo, con la mano aperta lisciava la distesa di fogli ben fermi davanti a lei.


ooo



 


 


 


 


Consulente_ombrello


 




 


domenica 25 febbraio 2007

Colonna sonora di parole

Spartito1Passo in rassegna le parole e le scelgo solo per la loro sonorità. Le assaporo appoggiandole sul palato. Cerco quelle che si addicono al mio stato d’animo. Le metto da parte e le ripeto in fila come fossero brani scelti per accompagnare un paesaggio che sfila davanti al parabrezza.


 


Brughiera, scelgo Brughiera e Baluardo, poi anche Pertugio. Accantono il suono pieno e rotondo di Collina e di Risotto, non mi appartengono oggi, così come parole quiete e contenute come Lago o la raffinatezza acuta di Pinzimonio o di Liquirizia.


 


Va bene invece Bruma, niente da fare per il suono suadente di Violino e per la giocosità ricorsiva di Rincorrere e Tintinnare. Scelgo invece Lupo e, per finire Terrapieno.


 


Ecco: Brughiera, Baluardo, Pertugio, Bruma, Lupo, Terrapieno. Oggi mi sento come sento queste parole.


 

mercoledì 21 febbraio 2007

Quel bicchiere...

 

Quando sei sperduto e senza viveri nel mezzo di un deserto assolato e ti arriva in mano un bicchiere pieno a metà ti sembrerà senz’altro mezzo pieno; ma quando stai pregustando, goloso, un gigantesco bicchiere pieno fino all’orlo e ti mettono in mano un bicchiere pieno a metà, allora ti sembrerà certamente mezzo vuoto.


Comunque sia, quello è il bicchiere che hai mano. Godine più che puoi.


venerdì 16 febbraio 2007

Quando scrivere....

Quando scrivere è come chiudersi in bagno a fumare nell’ora di fisica,


quando è come prendersi una mattina per girare per saldi mentre tutti lavorano,


quando scrivere è come uscire sul terrazzo a bere il caffè guardando i tetti invece che il frigorifero o il bancone del bar,


quando è come ritirarsi in cucina a leccare la paletta del dolce lasciando gli ospiti in salotto a palleggiarsi la conversazione ...


….. e ti chiedi, perché non l’ho fatto per tutto questo tempo?



 


Stilografica

martedì 6 febbraio 2007

Questione di vita o di morte? - 2-

Punto_esclamativoAl di là di tutti i discorsi - più o meno complessi, o complessivi, semplici, o semplicistici - che sono stati fatti in questi giorni sul tema del calcio e della violenza negli stadi, mi sembra che ci siano tre diversi livelli su cui è possibile orientare le riflessioni, e mi sembra che sia un errore logico mescolare questi livelli, così come mi sembra riduttivo non tenere conto di qualcuno di essi.


Ho voluto provocatoriamente indicare i suddetti tre livelli con la domanda-quiz del mio precedente post, questa sera vorrei provare a mettere in fila qualche parola per spiegare il mio pensiero.


 


Morire per una partita di calcio è insensato nella misura in cui è insensata la violenza fra esseri umani, quella violenza in cui non c’è nulla di reale da difendere e nulla di reale neppure da guadagnare.


 


Morire per una partita di calcio è incivile nella misura in cui una civiltà non ha il potere, e la capacità di educare, sufficienti a far sì che vengano rispettate le regole minime di una convivenza rispettosa e sicura.


 


Morire per una partita di calcio è immorale nella misura in cui gli interessi che ruotano intorno a uno sport sono più importanti dell’etica, e nella misura in cui qualcuno è disposto a fare leva sulla debolezza delle persone in nome di questi interessi.


 


 


Forse non si può fare nulla per risolvere l’insensatezza della violenza, ma può darsi che si possa fare qualcosa per risolvere l’immoralità di certe situazioni - e non credo sarebbe poi così complesso come alcuni hanno interesse a far credere.


Può darsi anche che si possa fare qualcosa per migliorare il nostro livello di civiltà – e credo che questo sia davvero complesso, ma credo anche che sia il migliore, e più urgente, investimento che la nostra civiltà può fare.

domenica 4 febbraio 2007

Questione di vita o di morte?

Punto_interrogativo_1 


 


Morire per una partita di calcio è:


 a) insensato


b) incivile


c) immorale


Scegliere la risposta che più si avvicina al proprio punto di vista.

sabato 27 gennaio 2007

L’oroscopo che si autoavvera, o l’effetto Rosenthal applicato alla giornata di un pendolare

Oroscopo Nel 1976 Rosenthal formulò una teoria che divenne famosa col nome di “Effetto Pigmalione” o “La profezia che si autoavvera”. Semplificando al massimo, questa teoria (comprovata da molteplici evidenze sperimentali) rileva come, a partire da una convinzione iniziale su “come andranno le cose”, gli individui attuino, in modo inconsapevole, dei comportamenti tesi a realizzare, nei fatti, la loro “profezia”.


 


Questo è il motivo per cui, ad esempio, tendono ad avverarsi le “profezie” degli insegnanti sugli allievi più promettenti e su quelli meno promettenti: in modo del tutto inconsapevole essi metteranno in atto comportamenti differenti. Infatti nel primo caso favoriranno il rendimento scolastico degli alunni rivolgendosi a loro più spesso, lasciando loro più tempo per fornire le risposte, assumendo, in termini generali, un atteggiamento di fiducia e mostrandosi più pazienti, mentre nel secondo caso addirittura potrebbero ostacolare il rendimento scolastico assumendo un atteggiamento che comunica sfiducia e scarsa stima.


I  meccanismi psicologici alla base dell’effetto Pigmalione sono i medesimi che fanno sì che svegliandoci un lunedì mattina di pioggia con il pensiero “che schifo di giornata” faremo inconsapevolmente in modo di rendere davvero schifosa la giornata che verrà.


 


Per questo, quando apro il giornale alla pagina dell’oroscopo mentre aspetto il treno, in ritardo, su un binario buio e freddo, dopo che la sveglia ha suonato molto prima dell’alba, con le spalle già gravate dal peso di una borsa carica di documenti e di pensieri per la riunione che verrà …. e l’oroscopo recita:  “Sagittario: sarebbe stata una buona idea rimanere rintanati sotto le coperte lasciando fuori il resto del mondo, la giornata di oggi  non vi porterà niente di buono, né sul fronte lavorativo né su quello sentimentale”, ecco che mi chiedo: ma chi fa l’oroscopo sui giornali si rende conto della sua dose di responsabilità? Ma l’avrà studiato Rosenthal? Facciamogli un corso di aggiornamento!


… E poi grugnisco, scorbutica, al buongiorno del capotreno….

lunedì 15 gennaio 2007

Senza titolo

 

Dopo aver vagato a lungo, e con rabbia, nei meandri del suo corpo, su e giù per le vene, per le arterie e le sinapsi, dopo aver reso per molti giorni e infinte ore pesanti i suoi passi e il suo respiro, amaro il sapore  delle cose e sordi i suoni, finalmente, quella notte, il Dolore trovò la strada per uscire. E giunse, finalmente, alla punta delle sue dita. E calmo e caldo, dalle sue dita uscì, e inondò i fogli.


 


Suonare_violino Lei scrisse, dunque, china alla scrivania dello studio, scrisse parole a fiotti e lunghe frasi, storie e metafore, poesie. E quando fuori si fece chiaro, ella vestì e pettinò il suo corpo che non aveva dormito e diligentemente, coraggiosamente, e finalmente con passo elastico, uscì a compiere le faccende di cui si compongono le giornate. Uscì e lasciò il Dolore disteso ad asciugare su fogli di carta azzurra, in disordine, sulla scrivania. Non si trattò di oblio, né di sconsideratezza, e neppure di guarigione. Il Dolore l’attendeva, ma era rimasto a casa.


 


Rientrando la sera trovò la serratura forzata.


Con timore mosse i suoi passi nella sua casa violata, fra i cassetti rovesciati, le sue cose disseminate, pestate, stropicciate, frammenti di specchi, vetri, cuscini, porte di armadi spalancate, la sua collana di perle, documenti, libri, una copertina strappata. Si avvicinò  alla porta dello studio sgomenta, con la testa affollata dalla lista provvisoria e confusa delle cose di cui era stata derubata. Vide due uomini, seduti per terra. C’erano fogli azzurri sparsi tutt’intorno, e loro, abbracciati, piangevano.


 


giovedì 28 dicembre 2006

Pezzi di Londra


Katharine's Wharf è la scoperta di un angolo girato, lasciandosi alle spalle gli antichi torrioni e il ponte rinomato.


KW è sciabordio e silenzio, una finestra a bovindo illuminata, dietro ad un davanzale di bosso, e un trafficare di operai, scale e pennelli, di preparativi e attesa, e pareti color panna intonse, pronte ad accogliere una credenza solenne ed un paio di piedi scalzi che corrono verso una lampeggiante segreteria telefonica.


KW è la City ad un passo, ma come fosse un segreto, è gli yacht ormeggiati davanti al portone di casa, ed è anche questo monoalbero tutto di legno e questo berretto di lana blu.


E’ un divano di pelle, in un piccolo bar chiaro e semplice e profumato, ed è anche questo caffè da mescolare con la palettina di legno e da tenere ancora un attimo sotto al naso e fra le mani.


St_catherine_docks_2  KW è lusso e pace, ma è anche giovane e vivo divenire.


KW è Londra, ma è anche il Tamigi racchiuso nell’incavo di una mano. E’ la mia letterina a Babbo Natale, il libro che vorrei aprire, ed il luogo in cui vorrei tornare. Ma non sono sicura che esista davvero.


mercoledì 6 dicembre 2006

Sul perchè fare figli

Tempo fa un blogger che leggo spesso ha sollecitato una riflessione sul tema “perché gli esseri umani fanno figli” (to be continued?): in particolare, ha posto la seguente questione: “tra il vivere per fare figli, e il farne per accidente, e non sapere bene che cosa farne, se trasmettere e/o educare e il dire sì perché dà meno fastidio, esiste una terza via?”



 


Ci ho pensato, come può pensarci una persona che ancora figli non ne ha e che ha intorno tante persone che figli ne hanno, e ne fanno, in modo diverso, per ragioni diverse. Ci ho pensato come può farlo una persona che si illude di poter guardare tutto questo con gli occhiali di chi “è fuori”, ma che è anche consapevole che questi occhiali forse altro non sono che un modo per rendere socialmente accettabile una paura. Questa premessa solo per dire che le riflessioni che seguono non nascono dall’esperienza, ma solo dall’osservazione e dalla riflessione, che, tra l’altro, non è mai del tutto neutra.


 



Comunque. Penso che almeno una terza via esista, e mi sono fatta l’idea che possa essere quella di fare figli non tanto, o non solo, per “fare” ma soprattutto per “essere”: per essere genitori.


 



Bimbi_piedi Provo a spiegare: credo che buona parte di noi esseri umani abbia in sé una spinta a “divenire” e, socialmente parlando, noi “diveniamo” assumendo diversi ruoli.


Siamo, o siamo stati, tutti figli. Siamo, o siamo stati, tutti amici, studenti, lavoratori, professionisti, o imprenditori, fidanzati, amanti, qualcuno è, o è stato, moglie o marito. E nei diversi ruoli mettiamo, o abbiamo messo, in gioco qualcosa di noi che è ricorrente e ci caratterizza nei diversi ambiti ma anche qualcosa che esprimiamo solo e soltanto in relazione a quello specifico ruolo.


Come dire che solo interpretando certi personaggi abbiamo la possibilità di far suonare certe nostre corde e magari anche di scoprire corde, e accordi, nuovi.


 


Il ruolo di genitori, in particolare, credo che ci costringa (o ci consenta, dipende dai punti di vista) a sperimentare e a mettere in gioco qualcosa di noi di assolutamente unico.


Forse quindi una possibile ragione che ci porta a fare figli è il desiderio di divenire genitori, di realizzare una potenzialità, non solo geneticamente attraverso la procreazione, ma anche socialmente attraverso un nostro nuovo modo di essere e di fare.


 



Non è un caso se molti genitori annoverano fra i momenti più emozionanti della loro vita quello in cui per la prima volta sono stati chiamati “mamma” o “papà”. Quello è il momento in cui il nuovo ruolo viene riconosciuto dal partner principale, dal figlio, senza il quale essere genitori non è possibile.


Non è un caso se molte volte scorgo nelle mamme che spingono davanti a loro un’ingombrante carrozzina quell’aria vagamente compiaciuta di chi ha raggiunto uno status sociale di cui è fiero, legittimamente fiero. Quello è il momento in cui ci presentiamo in società nel nuovo ruolo. E, si sa, senza un pubblico non c’è ruolo, non c’è personaggio.


 



Se poi, questa ipotetica terza via, sia una buona via, io ancora non l’ho capito.


Certo penso che se qualcuno fa figli perché desidera essere genitore allora tra il trasmettere o l’educare e il dire di sì perché da meno fastidio, un’altra modalità la dovrà quantomeno cercare, e dovrà essere una modalità che consenta a figli e genitori di esprimere quello che sono e che desiderano diventare. Altrimenti il gioco non vale la candela.

venerdì 1 dicembre 2006

Semplicemente, grazie

Capita a volte di trovare grandi scatole d’affetto dove meno te lo aspetti, un affetto limpido e chiaro e completamente inatteso come certe giornate di sole in pieno inverno.


Capita di inciampare in grandi scatole anonime, non certo vestite da regalo ed infiocchettate di luce e di colore, scatole senza un biglietto che ti dica “apri, c’è qualcosa per te”, insomma certe scatole che ti verrebbe spontaneo lasciare lì sulla strada e tirare dritto, tanto più che con tutte le cose che hai da fare non ti sembra proprio il caso di perderci del tempo.


Invece magari capita che quel giorno ti fermi e la apri e salta fuori come una sorpresa - neanche fosse quel famoso genio della lampada che ti sei preso la briga di strofinare –un grande affetto caldo e discreto e semplice e vero che non puoi far altro che sentirti grato, non in debito, come quando scarti un regalo e pensi subito “come farò a ricambiare”, soltanto grato e fortunato per aver pensato che potevi anche fermarti e aprirla, quella scatola che sembrava così anonima e invece non lo era.